Generazione 198x: il dramma di essere nati negli anni '80!

Lo so, lo so...

Col precedente post, il primo dell'anno appena iniziato, ve ne avevo promesso uno a seguire che sarebbe stato positivo e soprattutto a tema videogiochi ma davvero, ragazzi e ragazze perdonatemi, non ce l'ho fatta: non ho resistito, sono umano anche io!

Visto che c'ero volevo cogliere la palla al balza del precedente post e mi chiedevo se non fosse il caso, dato che col precedente già avevo fatto le mie riflessioni su una nuova ipotetica crisi del mercato videoludico, di espandersi ai disagi di noi generazione nata negli anni '80. E non solo, perché non ci siamo solo noi: a farci compagnia ci sono anche coloro nati negli anni '70 e pure i "giovani", quelli che per noi erano sempre "i piccoli" ovvero quelli sfornati nel corso degli altrettanto mitologici anni '90 e i quali, nel frattempo, hanno quasi tutti raggiunto se non proprio superato i trent'anni.

La realtà è che col nuovo corso del blog volevo epsandere le mie tematiche andando oltre i semplici videogiochi però credetemi, in questo post è contenuta la vera essenza del perchè io abbia un blog del genere coggi, del perché voi leggiate me o altri come me, del perché la nostra generazione e pure quelle di contorno a noi, generazione disagiata "di mezzo", sia così in preda al caos nostalgico.

 

Parliamoci a cuore aperto: non mi sono mai davvero chiesto cosa mi portò, in quel lontano 2009, a volermi così insistentemente appropriare di quel Nintendo Entertainment System (completo di tutto più due giochi belli pieni di tutto) scovato a 10€. Soprattutto, non mi riuscivo a spiegare quella frenesia nell'averlo trovato. La mia compagna dell'epoca, una persona a suo modo squisita le cui strade di vita ci hanno purtroppo portato verso esiti diversi (ma sempre in qualche modo agganciati, continuate  aleggere per capire cosa intendo dire), di solito era contraria al vedermi spendere soldi in roba del genere ma quella volta, stranamente, mi vide in viso e senza fare nulla acconsentì, quasi emozionata nel suo lasciarmi fare senza freni. 

Mi sembrava assurdo: il NES era il mio sogno ai tempi sia in cui la mia unica console di inizio anni '90 era un Atari 2600 ricevuto in una busta, sia nel periodo in cui avevo solo un clone proprio del NES. 

Passarono già allora gli anni, ma era un sogno che appunto nonostante la scorrere dei miei primi anni era rimasto. Ero già poco più che ventenne allora, eppure ero preda di rivendicazioni nostalgiche.

Anche oggi sono rimasto così, esattamente come in quell'assolata domenica mattina di un mese non precisato dell'anno 2009. 

Di quel giorno ricordo di come fossi al settimo cielo, impaziente di arrivare a casa a montare quel NES. "IL NES CAZZO! IL NES! E' MIO! E HA PURE LA SCATOLA! SUPER MARIO BROS PIU' UN ALTRO GIOCO!" era la frase che urlavo perennemente a voce alta durante il ritorno verso casa, con la mia ragazza che mi fissava con uno sguardo tipo a voler dire "calmati, siamo quasi arrivati".

Cazzo, stavo davvero fuori di me quella mattina e, durante le precedenti volte in cui proprio sul blog ho narrato o anche solo citato questa cosa, di questo aspetto esageratamente euforico proprio non ve lo avevo mai citato. E a ragione. Non lo capivo.

Fino ad ora.

 

Prima di tutto però partiamo con un capitolo introduttivo puramente personale e quindi per me fondamentale. Io vi consiglierei di leggerlo. Se non siete interessati catapultatevi direttamente a quello successivo, più in senso generale...


👾 CHI E' DAVVERO MR.CYBERETROPUNK 👾 


Lo scrittore dietro questo blog nasce sul finire del 1985.

La mia vita partì già travagliata: nacqui prematuro all'ottavo mese, ma con complicazioni derivate dal fatto che non crescessi fisicamente dal sesto. Alla fine venni al mondo via taglio cesareo onde evitare dovessi lasciarci le penne fino all'ultimo, fui tirato fuori dalla pancia che pesavo appena 900 GRAMMI! Sì avete letto bene, neanche un singolo chilo.

Ciò avvenne perché mia mamma aveva problemi di concepimento uterino, al punto che fui l'unico dei figli tentati dai miei genitori poi effettivamente venuti al mondo. Nessuna delle mie sorelle ce la fece, in un certo senso potrei quasi considerarmi fortunato. Ma no, col cazzo. Nascere in quelle condizioni è la ragione attuale per cui spesso, introducendo un post, vi cito in continuazione dei miei problemi di salute, e sono molti: di assimilazione, posturali e anche in qualche senso cognitivi. Non so se la forma di Asperger di cui soffro sia anch'essa da imputare a questa particolare condizione di nascita, ma stando alla mia psicologa dell'epoca non sarebbe un fattore da escludere. 

Quest'ultimo avvenimento accadde quando avevo 16 anni. Quel giorno in cui venni a sapere di essere in qualche modo autistico (la Sindrome di Asperger viene radunata nel filone delle patologie/condizioni autistiche, ma la validità all'interno del rango è da sempre oggetto di discussione) non fu un giorno nero bensì di liberazione: capì infatti come mai non m'interessava interagire con gente che ritenevo stupida, non m'interessava se volessero continuare a bullizzarmi (vi ho parlato di come passai dal ruolo di bullizzato e picchiabulli, ricordate? Ecco, il periodo fu quello) e soprattutto delle conseguenze delle pene che infliggevo loro (riporto alla parentesi precedente) in quanto sapevo che costoro fossero nel torto e a me bastava così, avevo forte deficit dell'attenzione e riuscivo a concentrarmi solo in caso di ripetitive sessioni di quelle poche cose che mi piaceva fare. Cose così. 

Ero completo a metà. Ma ero felice, perché sentivo e sento tuttora che di tutto il resto lì in mezzo vi era solo grasso a colare. Sbobba di cui non sentivo alcun bisogno.

Ebbi un'età delle scuole dell'obbligo che definire travagliata sarebbe come sottovalutarla, dato che non sono mai riuscito a inserirmi sia a causa della mia timidezza, sia del fatto che ero effettivamente circondato da stronzi, sin dai tempi dell'asilo. 

E proprio nel periodo dell'asilo che incontrai il mio primo nemico: si chiamava Vito, era di carnagione scura e aveva i classici capelli ricci/mossi ma settati "a rettangolo" anni '90 (il classico taglio dei ragazzi di colore che giocavano a basket, per interderci) e portava perennemente camicie, ma soprattutto me lo ricordo stronzo da fare schifo!

Lui mi odiava, mi escludeva da ogni attività di classe e le mie maestre non facevano nulla per impedirglielo. Anni dopo venne fuori di come fosse favoreggiato a causa del suo essere nipote della direttrice, con clui che metteva legge dappertutto. Infatti ricordo benissimo di come all'asilo giocassi perennemente da solo con le costruzioni, nessuno voleva giocare con me dato che lui diceva di non giocare con me agli altri in classe, perché "ero scemo".  Vito era solito prendermi in giro perché nei primi tempi ero solito andare all'asilo in compagnia di mia mamma (ragà sì, ero mammone ma avevo 3 o 4 anni, per diamine) e lui, che era quello spigliato e più cresciuto, pensò bene di approfittare della cosa per farmi sembrare sempre lo scemo della classe.

Un giornò riuscì finalmente a farlo sgridare come meritava e nessuno osò più farsi sottomettere da lui: fu la mia prima goduria a seguito di una rivalsa sociale contro un bullo. Al periodo sognavo sempre di dargli un pugno in testa a quella "faccia da rettangolo" (suo soprannome nella mia testa), un giorno ci riuscì e gli diedi pure dello stronzo. Mi beccai le grida esasperate della maestra ma cazzo se ne valse la pena! Non male a 5 anni, vero?

Delle Elementari ho ricordi vari, rimembro ancora le mie quattro maestre del circolo scolastico Barulli: Angela la maestra di matematica, Carmela la maestra di grammatica, Vita la maestra di storia e geografia, Annamaria la maestra di... tedesco!

Sì, tedesco. I primi anni '90 nelle scuole videro la rivoluzione della lingua straniera obbligatoria: la riunione scuola/famiglie voleva naturalmente l'inglese ma noi no, ottenemmo il tedesco dato che le insegnanti di inglese erano poche e già tutte prenotate in esclusiva per altri istituti. Ecco il primo grande spaccato culturale di noi nati negli anni '80: l'inglese a scuola prima di poi pare fosse una discplina extra spesso a pagamento, mentre a noi ci toccava come materia standard. 

Eravamo troppo piccoli per capire, ma col senno di poi quello fu il primo segno del mondo globalizzato e iperconnesso che stava per pararsi dinanzi ai nostri occhi. 

Ciò nonostante a noi toccò il tedesco, stacci! E giuro, negli anni '90 il tedesco era al massimo quella lingua che imparavi per corrispondenza coi corsi DeAgostini così perché ti andava, non certo perché te la ritrovavi sui banchi di scuola. Eravamo diversamente fortunati, ma anche un po' sfigati. Un ossimoro è sempre difficile da spiegare. Il primissimo inglese lo imparai solo a cominciare dalle Medie, mentre le Elementari furono per me un periodo infarcito di timidezza, di qualche sporadico amichetto e della mia prima cotta, tale Chiara Foschi. Ricordo che lo scrisse anche sul diario ma qualcuno me lo rubò, sgamò la cosa e iniziò a prendermi in giro. Sempre durante le Elementari inoltre passai prima dai GIG Tiger all'Atari, poi dal Game Boy al Famiclone. Musica: non pervenuta, solo sigle dei cartoni animati. Dicevamo? Ah, già, le Medie!

Oh cazzo, gli anni delle Medie. rappresentarono l'esplosione del mio disagio interiore. Passai da un istituto a un altro nel giro di quattro giorni perché nel primo mi inserirono in una sezione diversa contrariamente ai patti stabiliti coi miei. Mia madre, furiosa: passai così dall'istituto Andria a quello Manzoni. 

Stanco della mia timidezza decisi di esordire come quello spigliato e simpatico: neanche a dirlo, ero un totale coglione. Ma era solo perché ero stanco di essere sempre dietro i riflettori: cazzo ero lì, con la mia magliettina Maui & Sons con lo squalone e le mie scarpazze Nike da tamarro, ma proprio non ci sapevo fare. E le ragazze mi odiavano, mi schifavano proprio. Sì, date a Cesare quel che è di Cesare: fu colpa mia, ma a mia discolpa peccai causa inesperienza. Chiedo scusa ed esco dal campo, arbitro.

Volevo essere quello ganzo e finì nuovamente per divenire quello scemo e isolato, potendo interagire solo coi bambini handicappati e i bulli in sordina che volevano approfittarsi di me per farsi regalare cose di vario genere. Ecco, non ero esattamente ancora molto svezzato in ambito vita. Qualche amico riuscì a farmelo, eccome, ma si tratta di 2-3 persone in tutta la classe. Console del periodo: Famiclone, Sega Master System e poi ovviamente PlayStation. Giochi rigorosamente masterizzati. Ascolti di musica Dance intervallata da qualche brano dei Metallica. Certo, proprio così.

Le Scuole Superiori... 

Beh tagliamo corto, primi due anni: abbigliamento Energie stile rapper in fissa con la cultura dello skateboard, capello alla spina da tamarro con occhialetto da vista fighetto, passaggio da bullizzato e picchiabulli. Gli ascolti principali erano musica Dance, Funky e Hip-Hop, come sempre intervallati dai soliti brani dei Metallica e anche i miei primi degli Iron Maiden, la criticatissima era con Blaze Bayley alla voce. 

Ultimo triennio: capello alla spina con ciocche bionde, abbigliamento miscelato dove giacche da truzzo potentissime nascondevano qualche t-shirt di Ken Il Guerriero e i primi gruppi Punk e Metal. Cioè, un casino di stili allucinanti forgiati assieme in un solo tizio in piena esplosione ormonale.

Domanda fatidica agli Esami di Stato: "E adesso cosa vuoi fare?"

Risposta: "Voglio lavorare nella musica! E' una passione troppo grande per me!"

Quel giorno tornai dall'esame, ricordo di come inserì "The Number of the Beast" nello stereo per poi lasciare esplodere l'urlo forsennato di Bruce Dickinson subito dopo l'intro della title-track, per poi in parallelo lasciarmi andare ad un "E' FINITAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!".

Sì, perché inizialmente volevo lavorare e non più continuare a studiare, ma mio padre mi convinse del contrario. Ed è qui che comincia ciò che accomuna molti di noi nati negli anni '80.


👾 ERA DI PROMESSE POI VIOLENTATE 👾 


 

Ci avevano promesso di costruiire tutto attorno a noi, ma finché siamo cresciuti di costruibile non abbiamo trovato nulla. Solo macerie, sfacelo e rassegnazione. Le aspettative di noi italiani nati degli anni '70, '80 e '90 sono accomunate dal motto di questo spot pubblicitario, aspettative poi scontratesi con una realtà che si presentava ai nostri occhi come il mondo in rovina di Kenshiro. O quasi, che forse è anche peggio. Ma andiamo con ordine.

 

Di fatto, terminata la scuola, arrivò la domanda che rappresenta lo sbocciare delle nostre vite: vuoi studiare o lavorare?

Io volevo lavorare. Cazzo se lo volevo. Ed è qui che comincia la dannazione della mia esistenza soprattutto: il lavoro. 

Mio padre mi convinse col continuare a studiare. Inzialmente scelsi la facoltà di arti musicali e Lecce, ma le condizioni economiche avverse mi impedirono di proseguire con questa scelta, dovendomi per forza accontentare di qualcosa presente nel mio entroterra tarantino, peccato solo che al periodo non vi fosse molta scelta.

Optai, molto forzatamente, per Beni Culturali. Fu un grosso errore per moltissimi aspetti, dai docenti proveniente dalla sede di Bari spesso assenti agli studenti sempre da Bari che si trasferivano alla succursale di Taranto sperando in un miglioramento di qualità. Ecco, immaginate che situazione. Terminai il tutto, nel senso che lo interrompetti, allo scoccare del secondo anno forzatamente da fuori corso a causa dei motivi di disagio sopra citati. Ma ci fu anche altro: l'eccessivo carico di compiti che le docenze erano solite affibbiare a noi bambini anni '70, '80 e '90 mi avevano portato a non avere il tempo necessario per capire COME imparare, avendo a malapena il tempo per imparare tutto basandomi sul modello poesia, quindi a memoria. Ergo, non ero stato capace di sviluppare un metodo di studio e con l'avvento degli studi universitari avevo frequenti mal di testa, non ce la facevo più sia di questo che del far sborsare inutilmente soldi a mio padre data anche la scarsa qualità del servizio generale. Nel mentre inviavo Curriculum Vitae a destra e manca senza mai ottenere una risposta differente dal solito "le faremo sapere", un modo molto educato di dirti "vattene a fanculo, non ci servi".

Ma ci fu anche un evvenimento cruciale: la docente di Arte Greca che, GIURO, di punto in bianco durante una lezione in un raptus di sconforto generazionale (nostro, ovviamente) ci disse che quel corso di studi era una bufala (!), che non avremmo mai lavorato e che per farlo avremmo dovuto proseguire fino a 35 anni (!!) e a qel punto saremmo stati troppo vecchi (!!!) per esordire nel mondo del lavoro tricolore. Davvero, fu una botta per molti di noi. Botta che spinse me e molti altri a mollare la spugna, esausti anche della pessima situazione di "salute" di quella sede universitaria. Non volevo mica finire come quella gente descritta dalla professoressa, a 35 anni ancora alle prese con la ricerca di una prima occupazione seria, eppure...

Se mettiamo poi che avevo anche una pessima caligrafia che io stesso faticavo a decifrare nei frettolosi appunti delle lezioni (e che purtroppo la possiedo tuttora), frutto del fatto di come la mia maestra di grammatica delle Elementari fosse fissata dal fatto che "TUTTI DOVETE SCRIVERE CON LA DESTRA, ALTRIMENTI QUANDO VI CORREGGO MI CONFONDO!". Ecco, peccato che io col senno poi abbia scoperto di come il sottoscritto sia di base un cazzo di fottuto mancino. Come Ned Flanders dei Simpson in pratica, solo molto più ateo.  

Sempre alle Elementari da me in classe ci insegnarono a essere competitivi e impiegare il minor tempo possibile nel fare le cose, salvo poi nel mio caso dire ai miei nei vari colloqui di come il problema fossi io: ero "frettoloso" osavano dire ai miei. Io, frettoloso? Io al periodo ero solo un marmocchio, semmai eravate voi ad essere in torto formativo dato che rappresentavate le personalità addette alla mia formazione, fottuta generazione di BOOMER (sì, non avrei mai pensato di dirlo).

Sì, i boomer. Siamo arrivati al punto cruciale della storia.

E noi siamo i Kidult, come già accennai qualche tempo fa, in fissa a 40 anni e dintorni col merchandising nostalgico di Bim Bum Bam.

 


Le vite dei nostri genitori, quelle cosiddette dei Boomer non in senso dispregiativo bensì stando alla suddivisione etichettata odierna "coloro che hanno vissuto l'era del boom economico", erano quelle di coloro che potettero vivere un'Italia in ripresa dopo i due conflitti mondiali, una Italia che produceva a ritmi da competizione sebbene sempre figlia dei suoi vizietti e abusi, fra cui il fare esperienza lavorando in nero oppure pagandoti una miseria. E' una cosa che a quei tempi si sarebbe anche potuta capire dato il contesto e che oggi viene sostituita dai tirocini, dove però a differenza delle "sessioni da manovale" dei tempi d'oro dell'Italietta produttiva oggi sempre meno spesso segue una vera e propria assunzione lavorativa, nemmeno una di tipo determinato.

Ecco, valle a spiegare ai Boomer cose del genere.

Noi, nati fra gli anni '70, '80 e '90, nella maggior parte dei casi abbiamo avuto le migliori infanzie possibili. Gli stipendi ancora in linea con l'inflazione (almeno nei '90 per noi nati negli anni '80) che permettevano ai nostri genitori di regalarci giocattoli, videogiochi all'insegna di Natali, compleanni o anche isolate escursioni al centro commerciale emozionanti. Le vacanze estive duravano quasi sempre almeno due settimane se non un mese, mese in cui conoscevamo i classici "amici di penna" dell'estate che ci avrebbero fatto compagnia per il resto dell'anno al ritmo di letterine. Durante l'infanzia, un mondo in cambiamento unito alle pubblicità positiviste ci aprivano una pletora di possibilità che sulla carta non ci facevano vedere l'ora di crescere e diventare uomini o donne. Abbiamo avuto la possibilità di studiare, spesso proseguendo anche diversi anni nelle specializzazioni. Tutte cose che i nostri genitori, quelli della generazione del boom economico, si potevano solo sognare di avere a giudicare dalle storie d'infanzia che ci raccontavano. Loro dovevano rimettere in sesto quel Paese che cha poi permesso a molti di noi quelle infanzie incredibili.

Sì, eravamo finiti incastrati in un sogno, un sogno troppo bello per essere vero, un sogno che prima o poi ci avrebbe presentato il conto. E quel conto era salatissimo.

Quel sogno si tramutò quindi in un incubo, in quanto ci siamo ritrovati chi più chi meno, ma comunque tutti, a diventare trentenni proprio mentre il sistema lavorativo ci chiedeva più specializzazioni mentre, allo stesso tempo, cominciava a rifiutare quelli che avevano proprio la nostra stessa età. Un ossimoro comunque nel momento peggiore di tutti, e nel mentre si affacciò anche la crisi del 2008 (crash importante del sistema economico dell'era del boom guarda caso) proprio fra quei dintorni. Ma noi seguivamo comunque ciò che il sistema ci richiedeva, quasi come fossimo tutti dei novelli personal computer in carne ed ossa affannosamente alla continua ricerca di sosddisfazione dei requisiti minimi per poter eseguire il videogioco "Adult Life.exe" sui nostri schermi fatti solo di iridi e bulbi oculari.

In parallelo molti lavoravano ma alcuni di noi, io in primis, faticavano a comprendere come mai costoro potessero farlo. La morale era che se ne erano fregati delle lezioni di belle speranze e si erano messi a lavorare sin da subito ma occhio, intendo proprio mollando la Scuola Superiore restando solo con una Licenza Media!

In pratica erano ciò che avrei voluto essere io se solo avessi potuto decidere totalmente per me non ascoltando i consigli di mio padre ma, ovvio, mio padre voleva il meglio per me, quello che lui non aveva mai potuto avere ovvero la possibilità di studiare e specializzarsi in qualcosa del comune operaio o impiegato d'ufficio in stile Fantozzi. E occhio, OCCHIO: ricordate di come il sottoscritto abbia citato che durante il periodo dell'Università, ovvero dai 18 anni in poi, stesse comunque inviando CV in giro e che nonostante fosse giovane non riceveva mai alcuna risposta se non il classico "le faremo sapere"? Volevo solo studiare per pagarmi gli studi da solo, ma nessuno mi o forse ci offriva le possibilità perché, paradosso dei paradossi, eravamo già "vecchi".

Ed è qui che casca il Boomerismo con le sue pretese da vecchiacci arretrati. 

Ai loro tempi, i boomer nati fra gli anni '40 e '50, era ancora possibile lavorare legalmente da minorenni, ai nostri tempi no. Sì, alcuni mollavano ai tempi delle Scuole Media ma legalmente hanno comunque cominciato a versare contributi a partire dal 18esimo anno di età, non prima. Costoro hanno comunque compiuto 7 anni in più di lavoro non riconosciuti, restando comunque fregati anche loro. L'inculatura insomma, perdonatemi il gergo nobiliare, se la beccarono a loro modo anche costoro. 

Ovviamente chi non lavorava preferendo lo studio specializzante, basandosi sulle finanze di speranzosi genitori, si stava scavando la fossa dell'indifferenza sociale. Chi faceva tutto da solo, spesso non avendo genitori benestanti per poi pagarsi gli studi da solo lavorando in parallelo (come avrei voluto fare io), si è poi ritrovato a fare tutt'altro.

Siamo la generazione che più di tutte è passata da un mondo tecnologico appena abbozzato a uno totalmente esploso grazie all'avvenire dei computer Commodore prima, Windows dopo e, nel mentre che la vivevamo, questa tecnologia imponeva senza che ne accorgessimo requisiti di conoscenza sempre più imponenti, solo che noi i computer li usavamo per studiare e non scrutavamo mica le offerte di lavoro del nostro futuro ambito di riferimento. No, al massimo cercavamo qualche impiego nei McDonalds di turno per poterci regalare un minimo di indipendenza faticando come molti in parallelo agli studi. 

Però a un certo punto i numeri sono finiti pure lì, i posti si sono riempiti tutti e i futuri posti vacanti arrivarono a chiederci esperienze pregresse che non avevamo mai potuto fare spesso solo perché logicamente non vi è mai stato spazio per tutti, studi di contabilità richiesti anche solo per fare da cassieri al supermercato o gli operatori postali ma intanto noi avevamo studiato ragioneria o scienze della comunicazione, politiche o vai pure a vedere che cazzo di scienze avessimo studiato. E intanto tuo prozio, che dal 1962 lavorava alle Poste, faceva le stesse cose che oggi faresti te, solo a lui la laurea in economia marziana con idealmente 5 anni di esperienza pregressa alle spalle, meglio se proprio nelle Poste, non la chiedevano mentre a te sì. vaglielo a spiegare alle zio, che oggi è tutto una fregatura rispetto ai loro tempi.

Ti restano i concorsi pubblici, rigorosamente dai 10.000 presenmti per 3 posizioni offerte, i quali sono però ormai un tripudio di libri da 1.200 pagine ciascuno che a lungo andare fotteranno i nostri cervelli già esausti in quanto consumati dalle precedenti letture, mentre intanto siamo arrivati ben oltre i 35 anni che la mia professoressa di Arte Greca aveva profetizzato. Anzi, abbiamo trovato un posto ancora peggiore! Mad Max ci fa una pippa. Kenshiro ci avrebbe rinunciato.

Ci ritroviamo a 40 anni  e dintorni appesantiti, consci che il Mondo che ci stavano promettendo era in realtà un treno che viaggiava talmente veloce da non aver potuto prelevare nemmeno noi stessi come passeggeri e che, nel mentre, ti ritroverai ancora una volta a spiegare indispettito allo zio, Boomer anch'esso, che oggi un tirocinio non significa più assunzione mentre devi pure sopportare lui che ti fissa incredulo nel senso che proprio alle tue parole non ci crede. Lo zio che magari, allora come oggi, lavorava in bottega o in fabbrica grazie alla raccomandazione, meglio ancora se in ufficio leccando il culo a qualche cazzo di amico invischiato a piene mani nella politica locale, in grado di promettere posti a destra e manca. Lo stesso zio che alla tua età sicuramente aveva già alle spalle 25 anni di contributi statali con meno della metà di questi rimasti per poter richiedere la pensione. Noi, o meglio molti di noi, la pensione non solo non la vedremo mai ma forse non riusciranno addirittura nemmeno a trovar mai un posto fisso.

Stiamo vivendo un presente talmente allucinante, invischiato come è fra gli errori del passato (raccomandazioni favorite rispetto alla volontà, mancato passaggio di mentalità a seconda delle ere, azzerato adeguamento all'inflazione) e la pericolosa evoluzione del presente (competenze irrealistiche, turni di lavoro massacranti, paghe inadeguate sul suolo italiano) che non riusciamo nemmeno più a pagare un affitto, figuriamoci la vacanza al mare. Ormai le vacanze, quelle vere, sono roba da influencer o da chi ama indebitarsi pur di dimostrare sui social che in Italia si vive ancora bene, contribuendo così al continuo di quel senso di illusione marcia tipica della nostra infanzia.

Chi è riuscito a emigrare in quanto esausto dal fallito sistema di sogni e speranze tricolore ha fatto la scelta più saggia, chi ha potuto resistere lavorando sette anni in più a partire dai 14 anni di età pure, mentre noi che abbiamo avuto il solo peccato di continuare a credere a quei sogni l'abbiamo preso nel culo. E no, non abbiamo colpe reali alla fine, siamo stati solo ingenui. Ma non potevamo saperlo, quindi anche stuprati nelle nostre ambizioni che poi, alla fine, altro non erano quelle di diventare ADULTI.

Avremmo potuto cambiare strada magari a 25 o 30 anni, magari anche 32, però ormai iniziata una strada qui devi poi anche sentirti dire che ti è andata di sfiga perché non l'hai portata a termine. 

Alla fine ce l'hai fatta a finirla quella strada, quel percorso di vita. Ma sei ancora un novello ex-studente col CV di un 13enne, però di anni magari ne hai 31, inverso di 13, se non proprio quasi 40. 

Nel mentre i concorsi ti chiedono cose che finora non ti erano mai state elencate e che oggi si pretendono come necessarie, pertanto dacci dentro di tomi da 2.000 pagine per continuare a studiare. Studiare, studiare, studiare. Concorsi, corsi di formazione per non imparare concretamente nulla. Il contrario dei Boomer che prendevano posizione in fabbrica a 15 anni dopo solo una settimana di svezzamento, quello era il solo "corso di formazione" richiesto.

 

👾 KIDULT CON RAGION D'ESSERE  👾 


Oggi ho il timore che ci sia di più che semplice apprezzamento per quel design delle decadi passate, per quello stile, per quei momenti. da parte nostra almeno, escludendo la Generazione Z che apprezza quelle cose per quel che sono, ammesso che riesca a farlo. 

Per noi il collezionare Action Figure o videogiochi, roba nuova o d'infanzia che sia, è un qualcosa va oltre il desiderio di ritornare bambini. Sono pezzi di illusione, atti a ricordarci sì di come si debba sempre mantenere il fanciullino vivo dentro di noi, ma sempre illusioni rimangono: vogliamo illuderci di essere ancora bambini, bambini di 40 anni o dintorni che un giorno saranno grandi e che, nel mentre, possono ancora annusare qualche pezzo d'infanzia o gioie tipiche dell'essere ancora bambini, perché un giorno, forse diverranno grandi. Forse.

Forse è appunto un'altra illusione. Noi grandi, adulti, non lo diventeremo mai.

E questa volta, caso più unico che raro, non lo dico in senso di complimento. Siamo i primi fra le generazioni a possedere e acquistare oggetti d'infanzia: quelli oggetti spesso non c'interessano per quel che sono ma per quel che evocano, così come non c'interessa la qualità delle plastiche bensì il poter riabbracciare per qualche istante quel fantastico mondo di belle promesse che ci è stato prima appunto promesso e poi, di colpo, negato. Ne annusiamo gli odori, per così dire. Come un istruttore che prima ti forma e poi al momento di entrare in squadra ti rfiuta dicendoti che ti sei allenato troppo e che nel mentre dovevi anche guardarti attorno, il tutto però mentre lui ti imponeva unicamente di credere nei suoi allenamenti. 

Vuoi solo riabbracciare quel sogno di poter essere un campione nel poi illusorio mondo delle opportunità. Vuoi riprenderti quello che da bambino ancora desideravi e che solo anni dopo hai realizzato, quindi ora capisco la mia gioia incontrollabile quando anni fa trovai quel NES al mercatino quella domenica mattina. Però sai anche che non sei più bambino, che in fondo è tutto falso. Falso come le visioni generate da Rasta, demone delle illusioni de "I 5 Samurai", serie animata che da bambino preferivo addirittura alle varie saghe de I Cavalieri dello Zodiaco.

 

 

Forse siete tristi ora, vero? Se sì mi spiace, davvero.

Ma il mio non è un insulto perché in primis insulterei me stesso.

In fondo anche chi oggi ha la fortuna di un lavoro fisso non se la passa bene, fra mutui sempre più stringenti a causa di stipendi sempre più inadatti all'avanzamento finanziario globale (inflazione e così via), però per i loro genitori magari non fanno mai abbastanza.

La realtà è che se solo facessimo anche solo un po' di più di quanto già facciamo potremmo morire, ma per davvero, non potendo mai più riabbracciare mai più i nostrei cari che ora ci stanno dicendo sia di non mollare sia che ai loro tempi loro avevano sempre di più di noi a livello economico. 

Il mio semmai è un elogio a dirti che no, non sei solo.

Non lo sei mai stato.

Capisco la tua delusione.

Fidati di uno che due mattine fa ha scoperto che l'INPS ha cancellato persino l'account dal sito. E che nel mentre lo Stato ha rifiutato per l'ennesima volta una richiesta di parziale invalidità causa problemi di salute, anche seri. Ti fidi, ora? 

NON SEI SOLO.

CYBERETROPUNK E' CON VOI.

SIATE ANCHE VOI CON CYBERETROPUNK. 

Ah, comunque la mia compagna di allora, che ancora sento nonostante la via ci abbia posto su binari paralleli, è anche lei alla ricerca di una occupazione ma soprattutto di un perché alla sua vita, proprio come me. Io dopo l'Università ho studiato ingegneria del Suono e composizione musicale, inseguendo i miei sogni ma guadagnando comunque insoddisfazioni lavorative a causa dell'ambiente di lavoro stesso che anche nel mio caso chiedeva sempre di più e, mentre cercavo di adeguarmi, ironicamente restavo indietro fino a che non ho detto basta. Oggi, senza un lavoro (ma neanche fisso, proprio lavoro e basta) e una compagnia stabile, sto cercando di dare un senso al mio percorso di vita e diciamo che nel mnetre mi sono sfogato...

 

 

👾 SALUTIAMOCI!  👾 

A tal punto, saluti dall'alieno! 👾

Beh, mi spiace aver pubblicato un  rticolo così ricolmo di amarezza, ma l'ho fatto come già detto per puro spirito di condivisione. Il prossimo post sarà per davvero a tema videogiochi, promesso. E' stato uno sfogo che ho rimandato per troppo tempo. Ciò nonostante il link di possibili donazioni su PayPal resta sempre lo stesso, accedibile sia cliccando sull'immagine qui sopra che sul presente link ipertestuale. Sia chiaro come sempre: l'eventuale donazione è cosa esclusivamente di vostro gradimento e non è logicamente obbligatoria in alcun modo, però nel caso ciò avvenisse mi farebbe piacere. Basterebbe anche il costo di un caffè. Oppure, in alternativa, potreste dare un ascolto alla musica che creo su Bandcamp e offrire eventualmente qualcosa da lì.

In qualsiasi caso grazie anche solo per la vostra attenta lettura, a presto.

Se volete, insultatemi pure nei commenti.

Joe (e l'alieno 👽)

Commenti