2° Speciale Estivo 2026 - Torre dell'Orso '95

Con l’ultimo post, lo so, più di qualcuno fra i vari Social dove ho diffuso lo stesso mi ha riferito di lacrimuccie e svariate reazioni rattristanti, pertanto mi son sentito in dovere di mettere una toppa il prima possibile. Il passato, si sa, è un susseguirsi di ricordi sia duri e spiacevoli che allietanti e rincuoranti, da qui la massima de “Il passato è per sua natura stessa agrodolce” spesso espressa da mia nonna nel suo dialetto locale. Dopo essermi focalizzato sulla durezza ora è il turno della melassa.

 

Fonte della foto: link



Cosa rendeva le nostre estati di un tempo così memorabili?
Le colonne sonore estivi di quei tempi erano davvero contraddistinte da pezzi effettivamente migliori di quelli attuali o la famosa “nebbia” ci impedisce di focalizzare appieno l’obiettivo? In fondo, come si può focalizzare un qualcosa localizzato alle nostre spalle quando la lancetta del tempo va solo e inesorabilmente avanti? Eppure, quei ricordi continuano a rivivere in noi a dispetto dei primi acciacchi dell’età adulta, facendoci rendere conto di essere ciò che siamo proprio grazie a quei momenti: le giornate interminabili in spiaggia, le partite in acqua che erano solo una scusa per sbirciare oltre i bikini delle ragazze, il fracasso sonoro a metà per le nenie latino-americane del bagnasciuga e i tormentoni Dance che provenivano dall’area del chiosco rigorosamente provvisto di Juke-box impertinente, pronto a richiedere continuamente gettoni che noi tutti, inevitabilmente, sacrificavamo al posto di una partita alla sala giochi del lido pur di ascoltare il nostro pezzo preferito. Robe come playlist e Smartphone erano, come si sa, termini sconosciuti mentre i computer erano, ancora, roba per poche famiglie facoltose che con quelli aggeggi o ci lavoravano o amavano rischiare imbarcandosi di rateizzazioni assassine. Il Festivalbar era, inevitabilmente, quella campanella che oggi sarebbe come quella notifica di Instagram che ti ricorda che l’estate prima sta iniziando e poi volgendo al termine, con annesso nuovo anno scolastico che attendeva roboante il nostro ritorno sui banchi per regalarci un altro anno infarcito di ansie plurime per compiti in classe, sgradevoli note sul registro, sgridate spesso meritate e rigorose sviolinate tattiche allo scopo di abbuonarci le insegnanti. E poi via, verso la fine, si ricominciava come in un loop incantato: le pubblicità del Festivalbar che ti ricordavano come a partire dal prossimo mese saresti stato a casa, circondato dal dolce far nulla mentre nel nulla dei tuoi problemi risuonava magari un “Hare-Hanni-Hanni-Hare Hare-Hanni-Ni-Hanni-Hare” di Daturiana memoria oppure di “I’m Blue Da-Ba-Dee Da-Ba-Daa” di inutile specifiche pure chi. Cambiavano gli anni insomma, ma i meccanismi erano sempre gli stessi, più o meno. Magari crescendo, come nel mio caso virando versi ambiente Punk melodico, in estate viravo verso sonorità leggermente più Blink-182 e derivati perché, di colpo, la mia estate prevedeva non solo interminabili giornate in spiaggia ma anche sporadici Skate Park, i primi concerti Punk o Metal e... le prime risse, magari con annesse sbronze a causa di quella tipa forse un po’ troppo lasciva con troppi maschietti tutti assieme! E, mentre vi pestavate, lei magari si stava facendo offrire un cocktail da qualcun altro!


Eppure, le mie estati sono sempre state segnate da un fenomeno particolare, ovvero i videogiochi!


E, mentre vivevo le mie nuove estati durante la fase degli ‘enti, sia allora che oggi vi è un particolare posto, situato in un paese specifico, che continuava e continua a risuonare nella mia mente e in grado, come tutti, di scatenarmi la “nostalgia pu**ana”.


Quel paese è Torre dell’Orso in Salento e quel luogo era un capannone posto nella piazza centrale del paese stesso, capannone stracolmo di cabinati arrecanti loghi Neo Geo a profusione per la maggiore, ma anche numerosi mega-cabinati all’ultimo grido per il periodo come Daytona USA e Tekken. Dal 1992 al 1998 si andava sempre lì, ho intitolato lo speciale col numero ‘95 perché faceva molto Windows!


Il rito era sempre il medesimo: fettina di cocco a 1.000 lire (un furto) dalla bancarella in apertura della piazza o magari gelato Cremino a 800 lire più il resto in gettoni in caso ci fossero state date 2.000 lire, mentre gelatone serio, tipo Cornetto o Cucciolone, più partite su partite in caso si fosse trattato di quelle rare volte in cui i nostri genitori ci elargivano 5.000 lire (a quei e a quelle età, una enormità).
Durante quelle estati non così torbide come ora a Torre Dell’Orso sia io che il cugino non ci andavamo spesso anzi, si andava per trovare la casa estiva di un parente il cui avanzare degli anni lo ha poi rivelato per quello che era però all’epoca ci si usava ancora andare a trovare a vicenda. Ogni volta era un susseguirsi di azioni in combo tutte uguali dal camminare sotto il mix di pinete e palme (!) del vialetto all’approssimarsi della sera fino ad arrivare all’approssimarsi del centro del paese con quei suoi bizzarri “centri commerciali” caratterizzati da tante attività serali e, ovviamente, piccole sale giochi sparse ovunque. Ogni volta ci si usava fermare a guardare cosa proponevano queste piccole sale, mai vuote sì ma mai piene come appunto la grande sala giochi della piazza, quella sempre stracolma dove giuro, ogni volta, non appena si entrava si sudava a menadito per via della folta folla giovanile al suo interno (e la sua natura di capannone non aiutava). 

I colori di quelle serate andavano dal cielo tenue color blu pastello, miscelato fortemente da una folte coltre di arancione a causa del tramonto, un qualcosa che oggi a onor del vero fa molto Vaporwave ma che vi assicuro che non sono io a ricordarmelo così, era la realtà di quelle serate. E forse, ancor più bello di quelle serate vi era il fatto che, mannaggia alla miseria infame, non vi erano pensieri per tre mesi: solo decidere quale gelato comprare, in quale cabinato inserire il gettone allo scopo di farsi umiliare e, dopo tutto ciò, ti attendeva unicamente una giornata di mare il giorno dopo. In quel capannone fu il luogo dove tenni la mia prima partita al gigantesco cabinato di Tekken, doppio gettone come da tradizione per le novità in sala, io che scelsi senza remore alcuno King dato che, ovviamente, per me era “L’Uomo Tigre”. Prima partita: Law, mi fece il c**o e finì subito. Durai meno di una SEEEEE-GAAAAA (sì la intro del Mega Drive, credici perché altrimenti i bigotti mi picchiano) media di un tredicenne del periodo, però cazzo se ricordo le nostre bocche spalancate mentre quei poligoni su schermo si muovevano. Era come avere assistito al futuro, anche se solo per pochi secondi. Ed è questo anche ciò che ci manca oggi, quello stupore miscelato a brivido di poter assaporare un qualcosa che ci lasciava presagire un’epoca sempre più incredibile a livello tecnologico. I poligoni erano quel qualcosa che già nel 1995 dava sensazioni incredibili a tutto il popolo, grazie al cazzo che poi la PlayStation spopolò fra tutti visto che i suoi giochi, rigorosamente poligonali, si potevano portare a casa per 20.000 lire dopo la modifica. Era quel pizzico di futuro alla portata di (quasi) tutti, in casa propria.



Però non tutto era poligonale e si viveva ancora appieno l’era degli sprite a due dimensioni. Io adoravo i picchiaduro, fin dalla mia prima partita a Street Fighter in quei primi giorni dell’estate del 1992 (io, rimbambito dallo stupore di una selezione del personaggio, scade il timer e mi ritrovo Dhalsim che non è certo il più accessibile degli otto, combatto contro Ken e dopo pochi secondi finisce tutto lì) pareva non volessi fare altro: giocare ai picchiaduro.
Ecco due dei miei preferiti conosciuti proprio sotto quel tendone estivo: 



Karnov’s Revenge era essenziale, molto sulle sue. Clonazzo di Street Fighter quanto si vuole ma lo si apprezzava proprio per quello, e poi un personaggio quale Clown non passava certo inosservato. Non era gettonatissimo, ma chiunque lo giocasse non restava deluso, aveva un appeal simpatico.
Di tutt’altra pasta era
Kizuna Encounter: tamarrissimo nell’impatto grafico e meno sobrio del suo collega citato qui sopra, zoom tiratissimo che donava al tutto la stessa sobrietà del girare in Jeep sulla scogliera impennando, con quella possibilità di Tag Match che rendeva la cosa ancora più maciullona e una serie di effetti sonori belli azzeccati, così da amplificare l’effetto maciullone ancora più. In versione casalinga SNK rappresenta in titolo più raro e costoso di tutti i tempi, pare addirittura roba da 100k causa distribuzione risicata tipo 20 copie, ma essendo il tipo meno ferrato del Mondo in ambito SNK AES/MVS la chiudo qui e smetto di sembrare un paraculo che sa cosa che non sa...


Ecco un caso particolare di gioco non esclusivo del famoso tendone, ma incontrato la prima volta sotto le sue bolge: di Martial Champion un giorno ne parlerò e vi spoilero senza problemi di avere la bozza pronta sul mio PC, ma era anch’esso per l’epoca un qualcosa che lo si giocava unicamente per gli zoom e la presenza di armi fra i vari lottattori. Di certo non impressionava per lo scrolling scattoso e le animazioni indecenti, persino all’epoca. Vomitevole sia per l’effetto confusionario a livello tecnico che la qualità complessiva. Lo sviluppatore? Konami! Spiazzante, e proprio per questo doppiamente capolavoro del Kusoge.
Saboten Bombers invece era il cugino sfigato di Puzzle Bobble per alcuni aspetti, da altri quello (sempre sfigato) di Tumblepop. E’ stato uno dei giochi che più ho cercato per anni in rete, il classico “Mi ricordo com’era ma non come si chiamava”. Ecco, poi lo trovai. E forse sarebbe stato meglio lasciarlo nei ricordi: l’azione è tanto veloce quanto confusionaria e vi è un generale senso di poca personalità che all’epoca, da buon ragazzino eccitato di novità (e di mancanza di alternative), forse non traspariva troppo ma oggi ti fa pentire dei minuti dedicatigli. 



Dato che non posso parlare di tutto, passiamo ai titoli più stragiocati, diffusi e oggetto di risse (!) nelle sale giochi dei lidi salentini: fino al 1995 per noi tutti in famiglia il lido di riferimento era Spiaggia Azzurra, poi dal 1996 in poi si passò a Bagno Lucia. Spesso i giochi fra i vari lidi erano simili, ma ecco quelli che più associo alle mie estati sulla rabbia rovente lì nei pressi di Otranto.



Fra i campioni assoluto della categoria “Mi ricordo com’era ma non come si chiamava”,
Super World Court di Namco era un difficilissimo titolo di tennis da sala che nulla di buono concede al giocatore: la CPU bara e l’inserimento di gettoni si fa intensissimo, una cosa che forse nei ‘90 poteva anche fomentare ma oggi, ai tempi del MAME e derivati, ti fa chiedere che cazzo di senso abbia perdere tempo con questa roba che era meglio lasciare dove stava. E sia che il cugino lo giocavamo per una cosa, il personaggio MMM: un “coso” inqualificabile tipo rana che noi credevamo essere una macchina sparapalline tipica del tennis. No cugino, oggi possiamo dirlo: avevamo una immaginazione molto fervida. E questo gioco era e resta una merda, siamo cresciuti e possiamo tranquillamente convivere con tutto ciò. Però le nostre rimembranze pomeridiane circa “chissà che cosa è MMM” non le dimenticherò, più che altro perché fa capire fino a che cazzo di punto sia possibile divagare coi deliri cerebrali basate su cose inutili quando sei un marmocchio. Oggi i deliri te li fai per capire come poter pagare le bollette e poter mangiare senza far sì che una cosa escluda l’altra. Sì, preferisco quando eravamo bambini, tutta la vita.
Del
Tetris di Tengen ne devo proprio parlare? Dai lo conosciamo tutti, quindi evito. Ci giocava persino mia mamma in quella sala giochi, anzi ne era dipendente. E credo potrei fare lo stesso anche con Tumblepop, oggi ampiamente riscoperto grazie a (quella fetecchia di) Evercade (un giorno dirò anche la mia senza filtri su cosa penso davvero di Evercade e dei suoi seguaci, sarà un massacro: farò finto lo conosciate già tutti. Perché... LO CONOSCETE, VEEEEROOOOOO?



Qualcosa di
The Punisher però la potrei anche dire, o meglio di “Puniscier e Niccfuri” come si usava chiamarlo fra noi pischelli. Questo titolo in quel lido, dato che parliamo dell’ultimo cabinato in fondo, generava amicizie improvvisate ad un rapporto inversamente proporzionale delle risse che generava fra chi, di colpo, pur di giocare accettava di essere Nick Fury, veramente scomodo da gestire dato che la seconda posizione del cabinato ti costringeva a sbattere gomiti e chiappe contro la grata arrugginita che separava la saletta coi cabinati dall’area coi tavoli. Quanto tetano!




E ora passiamo al terzo luogo videoludicamente più bello dei miei anni ‘90: la piazzetta di Cursi in Salento, il mio paese (o meglio quello di mia madre), coi suoi Central Bar e Bar Sport. 
 


Distanti poche decine di metri l’uno dall’altro, il primo aveva una saletta dedicata su cui spiccava soprattutto un cabinato dallo schermo gigante dove girava Neo Turf Masters, il secondo aveva sempre due cabinati e un flipper del Doctor Who. Sempre riguardo a quest’ultimo, uno dei due cabinati era un gioco di calcio (ma va’, dato il nome del bar era d’obbligo) e per lungo andare questo titolo calcistico corrispose al nome di Goal ‘92, versione bootleg di Seibu Cup Soccer. Poi venne sostituito da uno che ricordavo essere bellissimo ma solo perché se prendevi la Nigeria eri imbattibile, ma di cui riguardo al nome non riguardo assolutamente un cazzo: si sa, alla fine i giochi di calcio sono tutti cazzosamente uguali anche se non si chiamano FIFA. A meno che non si tratti dei tre Super Sidekicks ovviamente, quelli erano e restano memorabili. Chissà se un giorno capirò mai come si chiamava, qui è davvero ardua, arduissima. Allego foto del suddetto bar scattata durante le Feste di Natale del 2024, magari vi porta qualche frescura immaginaria durante questo caldo del cazzo. Nella seconda foto invece, la porticina in legno che conduceva un tempo alla sala giochi del Central Bar. Delle due attività è sopravvissuto solo il Bar Sport.


Insomma, le nostre estati erano davvero migliori?
Avevano davvero poco ma meglio? Il fatto di avere meno ci rendeva il tutto più speciale oppure è tutto solo frutto dell’approssimazione benevole delle nostre menti? In fondo non è vero prima era tutto migliore e io sono in assoluto fra i primi a sostenerlo, però è indubbio che durante gli anni ‘90 si respirasse una certa magia in estate fra gettoni, spiaggia, cassettine vergini con cui registrare le nostre canzoni preferite dalle trasmissioni radiofoniche (quante cassettine avevamo con veri e propri spot pubblicitari trasmessi durante l’esecuzione dei pezzi?), canzoni degli 883 intonate a squarciagola, Dance Music a tutto volume e attese del Festivalbar?
Non è solo dato dal fatto che queste cose oggi non ci siano più, c’è di più.
L’assenza di problemi reali e concreti sicuramente faceva molto, ma alla fine questi suoni, questi giochi, hanno finito per assumere un’aura che noi che abbiamo vissuto possiamo percepire chiaramente e che stranamente, però di rado, qualche volta finisce per essere percepita da alcuni adolescenti di oggi: il pacchetto completo costituito da Musica + Videogiochi + Walkman aiuta molto costoro a calarsi nella parte. Noi intanto, che c’eravamo davvero, riteniamoci fortunati. 

Che possiate essere felici di aver vissuto questi momenti senza però mai rimpiangerli eccessivamente oggi, sperando quanto più possibile di costruirci un presente che non sfiguri, coi pochi mezzi che abbiamo a disposizione come esseri umani del Tricolore.
Grazie per aver letto questo nuovo speciale estivo.

 


 

Come sempre, cari lettori, grazie del vostro tempo. 

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Ci si rilegge molto probabilmente a Settembre inoltrato, in quanto tocca obbligatoriamente una pausa estiva anche a me causa caldo afoso che rende le sessioni al PC più dispersive del dovuto a livello di liquidi (si suda e si strasuda)...

(Joe & l'Alieno)

 

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