Si scrive "Videogame Hunters", si legge "speranza"...
Tutte le cose belle hanno un inizio e una fine, infatti anche le nostre partite ai videogiochi una volta terminate con soddisfazione mostreranno, inevitabilmente, una schermata recante la scritta "Game Over". Insomma, hai raggiunto il tanto agognato finale ma, dopo aver inserito le tre lettere che dovrebbero rimandare al tuo ego nella schermata dei record, sarai anche prima ma la scritta "Game Over" comparirà, inevitabile come le tasse.
Vi è però una differenza fra i videogiochi e la vita reale, cioè che questi, anche se giunti al Game Over, possono ripetersi ciclicamente (sempre ammesso che continuino a funzionare, e per fortuna il team di Arcade Story fa proprio questo) mentre molto spesso, la vita reale, no. La nostra stessa vita è, a differenza di ciò che accade nei nostri amati software videoludici, una sola. Nessuna scritta "Insert Coin", nessun altro tentativo concesso, bisogna fare tutto in una volta run. in un Perfect Run che sia umanamente parlando il più "Perfect" possibile.
Ma non sono qui per parlare di vita e di morte, bensì di cicli.
Sì, perché mentre stasera scorrevano i titoli finali di quella che è stata l'ultima punta adi "Videogame Hunters", serie televisiva avente per protagonisti i componenti del team di Arcade Story, ho immediatamente percepito la fine di un cliclo che per l'appunto si chiudeva. E l'ho percepito forte e chiaro. Sì, perché "Videogame Hunters" ha rappresentato per noi tutti, appassionati di quella che oggi è a conti fatti una vera e propria Cultura quale quella Videoludica, un sogno a occhi aperti. Questa serie TV infatti è stato il primo coraggioso esperimento tutto italiano nell'aprire la cultura nostrana anche e soprattutto verso la forma d'arte concreta del videogioco. "Dio solo sa" , come si usa dire, quanto serva oggi portare cultura di qualsivoglia tipo nella case degli italiani, soprattutto in un periodo storico culturalmente molto controverso come quello attuale dove proprio la politica nazionale (sì non neghiamolo, DANNAZIONE) spinge verso un appiattimento generale dei Q.I. (a favore della fiducia verso i luoghi comunii, spesso i più grandi nemici dei videogiochi) e dove i social fanno sentire importanti personaggi che al massimo un tempo avrebbero riscosso consensi incoerenti dallo zio alcolizzato del baretto in piazza. Quindi sì, è stato anche un periodo rischioso per fare ciò, perché negarlo? Attento come sono, personalmente parlando, al mondo del Vintage confrontandolo col nostro presente dove ormai il Retrogaming e certi fenomeni di usi e costumi sono ormai ben più che semplice Cultura Pop, è stato molto gratificante vedere in azione veri e propri esperti del videogioco quali lo sono i componenti del team di Arcade Story. Chiariamoci, non sono i soli-solissimi in Italia a portare e fare questo genere di cultura (pesimao ifnatti ai vari musei ed eventi tematici organizzati da appassionati per appassionati e anche semplici curiosi), ma intanto per ora in televisione in questa modalità e grandezza ci sono finiti solo loro.
Ed è tantissimo. Serve che vi ricordi il perché io pensi questo?
Forse dimentichiamo di quante volte i vari telegiornali e servizi di pseudo-indagine sociale hanno gettato fango contro la nostra passione preferita? Quante volte ci siamo visti citare Grand Theft Auto come incitazione alla violenza eh, quante? Ricordate di certi servizi in stile Barbara D'Urso contro Resident Evil e molto altro? Io sì. Pertanto vedere questo media finalmente degno di uno spazio come merita è stata una grande vittoria.
Vedere Antonio, Michele, i due Andrea, Jessica e tutta la cricca al completo (scusate se non cito tutti ma è notte anche per me e la memoria a batteria scarica fa cilecca) impegnati in scorribande organizzative all'ultimo pixel su CRT è stato rigenerante, sul serio. E Carlo Santagostino, autentico storico del videogioco, è stato la ciliegina sulla torta che ha dato quel tocco di riscatto storico al tutto (non da meno i vari siparietti di approfondimento storico che spesso comparivano nel corso delle puntate). Jessica ha dimostrato al pianeta Italia come i videogiochi possano essere sia una competizione tutta femminile che un vero e proprio lavoro. Andrea Vesnaver ha persino dimostrato sui nostri schermi come anche l'arte del Cosplay non siano un gioco per bambini ma che, anzi, sia un qualcosa degno di un'applicazione che solo i più decisi e bastardi sono disposti ad affrontare.
Già, bambini. Così ci hanno chiamato, noi e tutti quelli simili a noi. Oggi di sicuro, in un mondo alla rovescia per molti aspetti, il Nerd fa figo ma oltre a questo vi è uno spessore che molti, fin troppi lì fuori, sottovalutano. Noi appassionati non siano eterni bambinoni, siamo gli adulti che continuano a vedere il presente il più possibile con gli occhi con cui da bambini guardavamo certe cose. Siamo cresciuti, come tutti. E noi lo sappiamo bene, molti altri no. E stasera abbiamo visto come i pregiudizi possono. nei fatti, avere vita breve.
Ogni videogioco è un mix di creatività in ogni salsa possibile dalla progettazione, ai disegni, alle musiche, alla messa in punto e qualsiasi altro punto di vista possibile. Ogni cabinato dei tempi che furono è passato dal rappresentare un qualcosa degno di essere restaurato e preservato negli anni a venire dopo anni, troppi anni, dove veniva visto alla stregua di un vecchio ammasso di legno e circuiti di cui sbarazzarsi. Sì, perché spesso il consumismo si maschera da evoluzione tecnologica, eppure prima o poi ciò che veniva definito obsoleto finirà per essere adorato proprio per le sue caratteristiche che un tempo, poco tempo fa rispetto allo scorrere globale del tempo, chiamavano limitazioni.
Non posso saperlo io, non possono saperlo nemmeno i ragazzi di Arcade Story, credo che possa saperlo solo DMAX e Discover Channel... ciò che si spera che "Videogame Hunters" non resti un episodio isolato, ma che possa continuare in qualche maniera. E con "qualche maniera" intendo davvero qualsasi maniera possibile, nella speranza innanzitutto che possa aver insegnato qualcosa a qualcuno fuori dai nostri soliti ranghi. Certo, la base è che tutti vorremmo sentire l'avvenire di una seconda stagione, ma anche se si fosse trattato di un lampo di luce nel piatto scurire del buio, nella più agrodolce delle prospettive speriamo che questa luce continui a diramarsi per far sì che quel buio, quella cieca ignoranza, possa essere debellata una volta per tutte. O anche tre volte va benissimo e non per forza a primo colpo, basta che lo scopo finale si realizzi.
In conclusione, è finito un sogno bellissimo. Ma speriamo che generi proseliti. Proseliti che, se paragonati al tema dei cicli, speriamo che in qualche modo questo ciclo si ripeta. Come le tante vite a disposizione con quello che oggi, da un "Insert Coin", è passato a un "Free Play".
E intanto nei prossimi giorni inizierò a finalizzare i primi post per un blog oltre questo, ovvero proprio quello di Arcade Story. E credetemi, soprattutto dopo aver preso parte e questa grande follia ccollettiva in positivo, ne sono incredibilmente orgoglioso.
"Ciao Antonio, adesso vado in mona!" (cioè a dormire), come usiamo spesso scherzare io e te.
A proposito, se ci siete, potreste anche leggere questa "vecchia" intervista che gli dedicai.
Joe, la testa (reale) di cresta (virtuale) dietro "Cyberetropunk".
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