"L'approccio all'illusione", una storia firmata Cyberetropunk!
Ho voluto trasformare questa mia storia in un racconto,
quindi zero immagini e tante parole.
Spero apprezziate...
Cari Cyberetronauti,
lo so perché mi leggete allo stesso del perché io conosco le ragioni che mi spingono a scrivere sui queste pagine apparentemente inquinate di nostalgia. Sì, inquinate: chi mi conosce e mi legge sa bene come il sottoscritto la pensi sul cosiddetto senso di nostalgia, definita sempre dal me medesimo come una “meretrice” che dispensa illusioni, illusioni di benessere alla pari della prostituta che, nella mente dell’illuso, dispensa sensazioni di potere e soprattutto legami.
Una prostituta non è un legame ma, a differenza della nostalgia, potresti innamorartene.
Innamorarsi di quella prostituta significherebbe accollarsi lo sforzo di tirarla fuori dai loschi giri con cui spesso questa è invischiata, giri fatti da papponi, madame e scagnozzi al seguito.
La nostalgia non può essere tua amica, mai. Al massimo una silenziosa compagna atta a mascherare l’insoddisfazione del presente o, nei casi più benevoli, dare confronto durante un presente non proprio idilliaco. Ma innamorarsene a prescindere non è amore, bensì droga. E’ come la cocaina, le cui dosi sempre più letali potrebbero un giorno portare il tuo spirito verso dimensioni estranee al tuo presente che, sebbene intriso di oggetti fisici apparentemente scambianti come plastiche dosi di Xanax del tuo malessere, potrebbe finire proprio a causa di essa.
Perché non riusciresti più a guardarti allo specchio, ad accettare persino il singolo pelo della tua barba, rifugiato come sei in questa dimensione parallela ormai insita solo nella tua mente e che, tramite un certo tipo di gente, situazioni e oggettistica, per alcuni istanti hai creduto fosse un qualcosa di tangibile, che puoi toccare e annusare. Peccato che quella fisicità, per quanto non falsa nel senso tattile, alla fine sia solo mera plastica e null’altro. Hai dimenticato cosa c’era davvero dietro quel materiale plastico, forse. Peccato che quelli odori, per quanto apparentemente inebrianti, fossero solo quelli derivanti da mastice siliconico, plastiche inquinanti e colorazioni al furore tossico, gli stessi che hanno ormai, più che il tuo olfatto, contaminato la tua mente. E il tutto sempre perché forse, nel proseguire una via non guardando mai lo specchietto retrovisore, è stata una mossa troppa azzardata oltre un certo punto del tragitto, interminabile più di una cosa in OutRun, ma senza sole e mare bensì solo angoscia e ricordi appositamente falsati.
Però c’è ancora una speranza.
Forse. Sta tutto a te, se ora ti ritrovi in queste parole.
Immaginati lì, a vagabondare fra le sterminate aree di un ennesimo evento a tema carico di nostalgici come te, inebriati da quella smania di abbandonare, anche solo per pochi attimi, quel presente infarcito di soddisfazioni dalla scarsa consistenza, perso com’è nel suo essere solo un vago stampo di quello che avresti voluto veramente. A me è andata così, forse anche a te e chi lo sa. Io non è che mi sono svegliato la mattina per poi dire a me stesso un qualcosa che suonasse tipo “Eccomi! Da oggi mi dedico al culto nel passato!”, è più un qualcosa che ho portato dentro ma che no, non chiamo passato bensì coscienza, consapevolezza di quel tempo che avanza.
Di colpo, questa volta sì, ho avvertito quella sensazione ansiogena, malsana, di trovare un qualcosa, un oggetto da afferrare e portare avanti con me negli anni a venire. Quel qualcosa sono stati i videogiochi, un qualcosa che fino ai primi anni 2000 veniva esplicato in passionali serate passate ancora dinanzi alla prima PlayStation, ma che subito dopo divennero appieno un qualcosa che odiavo. Davvero, ho sinceramente detestavo il mondo videoludico fino a circa 12 anni fa.
Come mai? Beh, se volete approfondire potete leggere questo capitolo tranquillamente skippabile, sta a voi.
👾 LA MIA ESPERIENZA 👾
(SKIPPATE SE VOLETE)
Ero preso dalla smania di realizzarmi, avevo trovato nelle sette note e negli Hertz la mia ispirazione dopo anni persi fra una Università che cadeva a pezzi (anche fisicamente, non solo la mia fallimentare carriera in essa) e migliaia di CV inviati a vuoto contenenti, essenzialmente, nulla, desideroso com’ero di introdurmi in qualche modo nella mia prima esperienza del mondo del lavoro. Ma fallì, vai a capire per chissà cosa: in quelli anni i CV non erano poi impostati su chissà quale appariscente modello precompilato atto a dare risalto anche al più arricchito nulla di fatto, erano solo un banale foglio scritto su Wordpad arrecante tutto ciò che avevi studiato e fatto finora. Eppure al mondo sembrava non interessassi e, complice la mia carriera universitaria al macero a causa sì di insegnanti dal fare discutibile ma anche di un’assenza da parte del sottoscritto di un qualsivoglia metodo di studio valido, caddi per due anni in una profonda crisi personale. Non sapevo chi ero, ma soprattutto non sapevo cosa volevo diventare: gli inizi di una brutta artro-tendinite cronica con annessa distorsione spinale anch’essa cronica erano un altro incentivo a tale status angosciante costante, essendo fonte di dolori articolari che mi impedivano di suonare correttamente uno strumento musicale per lunghe sessioni. Cercai per un certo periodo in introdurmi come musicista turnista, ma tale sindrome mi rese incompleto. Finalmente scovai la mia strada: mi misi a produrre TUTTA la musica, mi diedi ai sintetizzatori e scoprì, proprio il giorno del mio compleanno in quell’anno, un corso a tema con tanto di corso di formazione all’estero.
Scadenza iscrizioni: domani!
In fretta e furia chiamai numeri, inviai mail e fax tramite l’aiuto della segreteria.
Mi ritrovai 10 giorni dopo a sostenere un esame scritto senz’aver studiato alcunché ma non fu un problema, dato che prima di allora aveva studiato libri a tema per conto mio, al punto che fui fra i primi 5 candidati su quasi 80 di questi a poter passare al test attitudinale orale.
Scoprì in tale sede di aver fatto solo un errore, dettato perlopiù dalla fretta di consegnare dato che mi ero preso saggiamente tutto il tempo possibile. Insomma, passai: il corso fu interrotto e ripreso diverse volte causa fondi che andavano e venivano dalla Regione prima, dal fallimento dell’ente organizzativo poi. Nonostante ciò il corso venne concluso, corso di formazione a Londra incluso, sebbene a fatica e presi il fatidico pezzo di carta a Lecce, presso una delle loro università. Seguì un altro lustro di incertezze, abbandonati dall’ente organizzativo riabilitato solo grazie a fondi di sostentamento straordinari, abbandonati dalla Regione e condannati a un titolo di studio terribilmente generico e assolutamente non-specialistico, abbandonati da qualunque settore della società per cui noi, 18 novizi ingegneri del suono, eravamo unicamente altrettanti sfigati condannati nel mesto vagabondare del lavoro in nero o, al massimo, della Partita Iva aperta 18 volte nella medesima provincia di di appartenenza. Non una bella prospettiva, esattamente: 18 bestie costrette a convivere di concorrenza, un tempo amici e ora non più. Tentennai per anni fra un lavoro a tema e l’altro, un mix a questa o quella band e qualche esperienza in studio ma era già troppo tardi, caddi in una ulteriori crisi di identità. Col proseguire del tempo persi legami affettivi importanti diciamo, divenni depresso e finì nei meandri di tutto ciò che finiva con -pam a livello medico, quindi Xanax e derivati antidepressivi. E oggi, col proseguire dei medesimi problemi di disoccupazione a dispetto di tanti, infruttuosi corsi di formazione anche presso Enti tutto sommato decenti, sono caduto in una profonda crisi motivazionale. Credetemi, perdere la motivazione è peggiori che essere solo depressi…
👾 I VIDEOGIOCHI PER MR. CYBERETROPUNK, PARTE 1 👾
Avete skippato il precedente capitolo? No problem, non a tutti piace vedersi scritte le lagne del prossimo e tutti abbiamo i nostri problemi, lo capisco. Però vi assicuro che è stato non facile riassumere il fallimento della propria carriera professionale in poche righe, solo questo. Voi ci riuscireste?
Dicevamo che, tutto di un tratto, avvertì questa ansia inspiegabile, cavalcante la mia mente già angusta, ansia che mi portò all’ancorarmi a un qualcosa che mi facesse sentire connesso con quel che ero stato proprio perché, col tempo, nemmeno sapevo più cosa ero o fossi diventato. Un’ameba, forse? Strano, eppure provavo ancora emozioni, sebbene di stampo malinconico se non proprio triste. Nei fatti però, altro non mi sentivo che un’ameba.
“ Ho quel NES cazzo, quel NES che trovai al mercatino quella mattina lì! Non funziona bene però, dovrò capire come collegarla alla nuova TV a schermo piatto, ma soprattutto dovrò riparare la presa cartucce! ”
Mi ricordai di quel NES, il fatto stesso che in quel periodo grigio mi fossi ricordato che da bambino ambivo così tanto a un vero NES, costretto com’ero per esigenze di famiglia fra Atari 2600 e Famicloni, fu un vero miracolo. Per un attimo ero scivolato via dalla nebbia per scovare un fanalino che mi avrebbe guidato verso una parte di me stesso. Eppure, dopo questa lunga prefazione, si giunge alla questione guida di quanto sto scrivendo…
Ricordi davvero quello che eri? Ricordi davvero com’eri prima? Com’era prima? Sicuro?
La realtà è che il ricordo rivisitato è come una edizione Remastered di Resident Evil 2: ti sembra tutto in HD ma al tempo dovevi fare i conti coi poligoni a vista. Con quei poligoni oggi ci si illude che, tutto sommato, non si giocava poi così male. E sapete una cosa? E’ vero, almeno fin quando non ti ricordi di tutta l’immaginazione necessaria per poter vedere davvero ciò che il videogioco intendeva davvero farti vedere. In epoca PlayStation le cose, certamente, si facevano più definite e i tempi delle grafiche in stile Atari 2600 erano passati da un pezzo, eppure molte cose ce le immaginavamo tutt’ora fino ad allora. E il bello, credetemi, era proprio nell’immaginazione.
Davvero, sono cose che un ragazzino di oggi non potrebbe mai capire perché, mannaggia all’evoluzione tecnologica, non le ha vissute. Eppure, eppure…
Non era mica tutto rose e fiori. Quasi ci si dimentica degli steli appuntiti.
Sì, cosparsi di filo spinato a loro volta! E quel filo ce lo abbiamo messo noi, solo che non ce ne siamo resi ancora conto. Forse.
👾 I VIDEOGIOCHI PER MR. CYBERETROPUNK, PARTE 2 👾
Non potevo crederci nemmeno io, ma mi stavo riappassionando al media videoludico.
In quel NES, quella macchinetta impolverata scovata anni fa e mio sogno videoludico fanciullesco assieme al Game Boy (che per fortuna ottenni ma chi mi deluse terribilmente provocandomi i primi importanti problemi di vista… già, quello schermo era proprio una bella merda), vidi rispecchiati tutti gli umori gioiosi dei miei primi 20 anni di vita e i ricordi apparivano tanto più piacevoli quanto erano lontani, sfocati e, per forza di cose, rivisitati…
Eppure non era quello il punto: quei momenti passavano e li vivevo per com’erano, ma solo tempo dopo (logicamente) capì come i videogiochi mi avessero salvato se non la vita, almeno la sanità mentale.
E quella rivisitazione odierna è, per forza di cose, perfettamente equiparabile alla fantasia che da bambini o ragazzi adoperavamo per dare forma a ciò che non c’era, prima che le grafiche diventassero più definite ma non solo, anche a dare vita ad epiche avventure coi nostri giocattoli oppure immaginare in movimento quelle figure bellissime quanto statiche raffigurate nei fumetti.
Dimentichiamo le angosce tipicamente fanciullesche o adolescenziali del compagno di scuola che ti picchiava (eccomi, all’epoca vittima di bullismo… ), della classe che magari ti ignorava (io… ) e della paura del compito in classe, del peso dello zaino scolastico (beate le attuali generazioni che vanno a scuola con un tablet in una borsetta, almeno da questo punto di vista) o della fobia da compito in classe o interrogazione del mattino seguente. Davvero, erano i nostri problemi quelli e so che oggi forse stentiamo a crederci, ma erano davvero problemi quelli, mica si scherzava.
Rappresentavano l’equivalente di trovarsi di colpo in probabile cassa integrazione a partire dal giorno successivo, volete mettere?
Lì però temevamo di non essere giusti noi, temevamo di non essere all’altezza: un po' come oggi insomma, ma con in più l’aggravante di non conoscere ancora bene il mondo. Anche oggi a chissà quante primavere accumulate non ci abbiamo capito un cazzo sia chiaro (almeno io), ma almeno non abbiamo più le interrogazioni tre volte alla settimana!
Da bambino avevo un talento, il disegno. O almeno così dicevano di me.
La realtà era che mi piaceva disegnare ma nei fatti ero più che mediocre.
Mia zia mi lusinga tuttora dicendomi che “quando disegnavi vedevi cose, dettagli che noialtri non sapevamo vedere”. Giuro, i miei disegni di allora li ho visti e, davvero, erano carini e nulla più. Mi rifacevo allo stile fumettoso, anzi ora che ci penso mi ero spostato in quell’ambito proprio perché, essendo cresciuto in una scuola Elementare dove la maestra di turno mi costrinse a tenere la penna da destrorso nonostante fossi nato mancino, ero incapace di creare disegni realistici, sbagliavo facilmente le proporzioni a causa della mano mal poggiata sul foglio che a sua volta mi macchiava quella porzione stessa del foglio a causa del sudore, macchie che poi infestarono tutti i miei artefatti di disegno tecnico ai tempi delle Medie! Ecco, credo che mia zia e derivati tenda a ricordare le mie performance artistiche con un velo di nostalgia e mancanza di oggettività: ero mediocre, ma lo dico solo per presa di coscienza e non per gettare a terra il me fanciullo.
Però lo sapete qual’era il soggetto ricorrente delle mie performance artistiche?
I VIDEOGIOCHI!
Proprio così. Ne disegnavo a frotte.
Adoravo anche disegnare dei flipper.
Creavo pubblicità immaginarie di linee di giocattoli inesistenti, in grado di esistere solo nella mia mente. Ricordo ancora la più ricorrente di esse: la linea “Mondo War”, una vera cazzata bambinesca che avrebbe voluto essere nelle intenzioni una specie di Guerre Stellari miscelata con creature a metà fra le Tartarughe Ninja, gli Street Sharks e chissà cos’altro che ora non ricordo.
Avevo anche un personaggio dei fumetti ricorrente, un cane dal design oggettivamente simpatico di nome Paco. Orecchie nere lunghe, spesso in occhiali da sole, rigorosamente in camicia e pantaloni ovvero la classica tenuta da impiegato d’ufficio. Eppure Paco non lavorava mica, no, viveva come cane (neanche a farlo apposta) a Pacolandia, una specie di Topolinia vista sotto effetto degli acidi della mia fanciullezza!
Il suo nome si rifaceva allo spagnolo, lingua di cui ero infatuato da fanciullo a causa della mia ossessione per il personaggio di Vega di Street Fighter II (e ci risiamo, VIDEOGIOCHI).
Ancora me lo ricordo Paco, è lì nella mia mente che mi saluta, ispirato com’era da una deviazione semplificata di Pluto, il cane fedele di Topolino. Sì, perché da buon bambino classe’85 adoravo Topolino. E quando posso, Topolino lo compro ancora oggi perché mi suona come un compagno di vita. E ogni volta che lo leggo mi ricordo del mio Paco. E no, non ha nulla a che vedere con quel disastro di cagnaccio di Poochie dei Simpson, Paco aveva più classe e non si atteggiava da loser finto cool: era sobrio, decisamente più posato. In pratica, un autentico pizzone. Scusa Paco, nessuno a parte me avrebbe potuto dirtelo prima o poi! Lo so che vuoi fare la pace, tieni i biscottini da bravo cagnolino…
ECCO! Bravo!
👾 30 ANNI FA, LA DOMENICA MATTINA TUTTI IN SALA GIOCHI! 👾
Tolte le immancabili deviazioni personali (e ci starebbe anche cazzo, il blog è mio) oggi ci ritroviamo in età più o meno adulta a ricordare con piacere aspetti della nostra infanzia che ci arrecano sollievo, dopamina, morfina forse e chissà cos’altro. Uno di questi è sicuramente il mondo delle Sale Giochi.
Il mondo delle Sale Giochi è, per molti di noi, ricordo più falso che esista!
Ho detto per molti eh, non per tutti.
Le Sale Giochi sono state, per molti di noi qui in Italia, un luogo infarcito di memorie miscelate di diverso pregio o disgusto. Fra i mozziconi di sigaretta che spargevano fumo passivo nell’etere di quelli ambienti scarsamente igienizzati vi erano le sezioni delle sale stesse dove non era possibile recarsi in veste di pargoli in quanto “da questa parte possono stare solo i grandi”, grandi che poi in realtà erano i diciottenni e dintorni col motorino truccato che adoperavano la sala come sede dei loro traffici loschi. Da me vi erano diverse sale, alcune di esse avevano deciso di non lasciar entrare siffatti energumeni allo scopo di ottenere un ambiente socialmente pulito anche a causa delle numerose giovani menti che calpestavano quelle mattonelle. Si sa, noi eravamo i clienti più ambiti, spenditori seriali di 1.000 lire che finivano inevitabilmente scambiate ogni volta in “3 gettoni e una Goleador a scelta”, menù della casa, pertanto nessuno fra costoro voleva rischiare di trovarsi qualche denuncia da parte dei genitori per percosse e molestie di vario genere a qualche pargolo. Altri gestori invece se ne fregavano, con le intere sezioni sottoterra, spesso adibite ai primi Videopoker e tavoli da biliardo, che erano vere e proprie sedi delle piccole gang malavitose locali.
Le sale giochi sono state, almeno da noi, soprattutto questo, però tendiamo a dimenticarcelo.
E lo sappiamo anche, pronti e inebriarci fino allo shock anafilattico di nostalgia meretrice, falsando la nostra percezione del passato al solo scopo di forzarci a credere che fosse per forza di cose migliore.
Eppure, lo ricordate quel senso di paura quando entravate in sala per giocare al vostro cabinato preferito e trovarvi, puntualmente, quel tizio fastidioso che ogni volta vi ronzava attorno al solo scopo di scroccarvi un gettone, vero? Vi era di tutto, a partire dai bulletti immancabili in un buon 80% delle sale, i veri gangster dei cabinati che cercavano di fermarvi per spaventarvi, scroccarvi il pasto e la paghetta, insultarvi dandovi degli sfigati e farvi così scappare a gambe levate con annessa tremarella mentre loro se la ridevano ai vostri danni. Non so da voi, ma da me erano quasi la prassi in certe zone del paese. Zone che ovviamente evitavo, perché a scuola avevo già i miei problemi coi compagni di classe e non ne necessitavo di altri.
Eppure le nostre Sale Giochi erano non solo questo: si cercava quella fascia oraria dove mancavano siffatti soggetti perché lì risiedeva il nostro titolo da sala preferito, si faceva una partita e spesso ci si guardava alle spalle sperando di non incontrare il nostro “Spugna” di turno. Da me, “Spugna” era il soprannome di un tizio, tale Roberto, che puzzava come una pezza vecchia: da qui il soprannome “Spugna”. Era ovviamente rissoso, cafone e forzuto coi deboli. Un autentico bullo, cresciuto da un padre altrettanto bullo quanto fanfarone e una madre che, di mestiere, senza scherzare la meretrice la faceva per davvero. Sì, giù alla Statale, mentre suo padre arrancava qualche lavoretto a nero fra le due piazze del paese mentre l’altro figlio più piccolo gozzovigliava a scuola. Per inciso, anche il più giovane poi mollò dopo la Licenza Media per finire a fare il meccanico sottopagato in nero durante anni dove il lavoro a piena regola e ben pagato, a volerlo cercare davvero, era infinitamente più semplice da trovare.
Ludicamente parlando, per me le Sale Giochi sono state poca cosa.
Non mi piacevano quel tipo di esperienze da videogioco, però adoravo l’atmosfera di quelli ambienti. Detestavo Street Fighter II perché risucchiava i gettoni con la rapidità di un formichiere nei pressi di un formicaio, così come detestavo tutti i picchiaduro a incontri. Adoravo principalmente sì i picchiaduro, ma quelli a scorrimento, coi soliti Cadillacs & Dinosaurs, The Punisher, Vendetta, Teenage Mutant Ninja Turtles e The Simpsons a fare capolino nelle mie rare partite fra un cabinato e l’altro, rare perché la maggior parte del mio tempo la trascorrevo girovagando fra un cabinato e l’altro fra le schermate demo e le partite altrui, col mio unico desiderio di far durare il più possibile la mia 1.000 lire composta, come sempre, da 3 gettoni e una Goleador (o due caramelle). Se andava bene, le lire erano 2.000, ma 500 di esse finivano inevitabilmente nelle patatine Highlander, le ricordate? Io adoravo quelle al pollo. Le adoravo talmente tanto che ero riuscito a farmi amico il proprietario e, ogni volta, con 1.000 lire mi dava un sacchetto di Highlander al pollo e due gettoni, 100 lire di sconto! Può succedere, quando tuo padre diventa amico di costui…
Fu proprio mio padre a dirmi una volta: “Questi non si dovrebbero cambiare videogiochi, bensì videofregature!”, con il preciso appunto di tirarmi su il morale dopo l’ennesima partita persa al cabinato con schermo gigante di Super Street Fighter II. Persi al primo stage: Vega contro Fei Long. Da allora sviluppai una mezza ossessione anche per il personaggio di Fei Long. Già non basta Vega, ora anche questo.
I giochi da sala però, quelli che oggi chiamiamo Arcade, furono la base di una delle mie più grandi insegnamenti di vita: tutti sappiamo di come appunto robe tipo Street Fighter II, Power Instinct e compagnia picchiante fossero fregature, vero?
Mi insegnarono a non tollerare fregature, meschinità e menzogne.
In pratica, tutto ciò che rappresentava una certa frangia di giochi da sala anni ‘90.
Erano gli anni dove le capacità pure di un Pac-Man o Centipede venivano sovvertite a favore delle IA truffaldine, quindi vai di Ryu con Hadouken a raffica o di un Saizo Hattori (da Power Instinct) inarrestabile che sguazzava da una parte all’altra. Uno dei miei obiettivi in Power Instinct 2 era quello di durare il più possibile nel corso dello stage di Saizo perché ne adoravo il brano di sottofondo, così facendo ne avrei ascoltato una porzione più lunga possibile. E fu proprio la musica la ragione per cui amavo le Sale Giochi, così come gli effetti sonori: era un mix di elementi in grado di far letteralmente esplodere di vitalità quelle grafiche coloratissime che, prima dell’era a 32-bit, era possibile ottenere a piè pari solo avendo un Neo Geo in casa. E chi lo aveva un Neo Geo in casa? Ma se nemmeno sapevamo cosa fosse, un Neo Geo!
👾 L'APPROCCIO ALL'ILLUSIONE 👾
Suvvia, ecco dove subentra la falsa nostalgia.
Noi avevamo i nostri Game Boy, i nostri NES, i nostri Master System e se già console come Super Nintendo e Mega Drive erano per pochi ricchi, figuriamoci cosa poteva essere al periodo ciò che oggi abbiamo imparato a conoscere come AES! Io li vedevo, nei negozi altamente specializzati ovviamente, i giochi per la piattaforma Neo Geo, ma ricordo anche come arrivassero a costare in alcuni casi anche 1.200.000 lire! L’importazione aveva prezzi assassini, ma i prezzi poco favorevoli di un hardware che da noi in tutto lo Stivale forse possedevano 100 figli di ricchi imprenditori non deve essere interpretato come nostalgia, bensì come una stronzata!
Non dobbiamo falsificare ciò che non solo non abbiamo davvero vissuto, ma che soprattutto non si poteva vivere a meno che non si fosse figli del Berlusconi di turno. Ipocritamente ce ne siamo voluti dimenticare perché, nel nostro voler rivendicare i nostri desideri dell’età scolare, sorpassiamo certe cose. E ci sta pure per certi versi ma va fatto con senno, altrimenti si dà il via alla follia mentale più pura. Ed è lì che la nostalgia comincia a diventare meretrice, tossica, inizi a dare retta alle vocine narranti falsità che tu stesso hai costruito nella tua mente, cominci a spendere i tuoi risparmi in cose di cui non hai mai avuto bisogno da piccolo dove ora però, con la psicosi nostalgica a fare da padrona dei tuoi istinti sempre più incontrollabili, credi essenziali sia per arricchire il tuo presente che per colmare lacune del tuo passato che in realtà non hai mai avuto.
Non hai bisogno del “full set”, no.
Nel 98% dei casi no e, se proprio credi di esser parte di quel 2% per vocazione, sappi mantenere la tua mente lucida, perché non ci vuole nulla ad autosputtanarsi sia mente che animo.
Scommetto che Street Fighter II in sala frustrava anche te, vero?
VERO?!
Bene, quindi perché tempo fa hai speso 800€ per una riproduzione moderna marchiata Arcade 1UP?!
Quando arrivò, dopo averlo assemblato lo rigiocasti, ti ricordasti subito di quanto fosse rotto meccanicamente e di colpo hai ricordato con spietata amarezza anche quel lato della questione che avevi nascosto, ovvero di come ti gettasse giù il morale quel gioco. Ti credevi una piccola merda incapace di poter dire qualcosa nel mondo, e perché? Perché non sapevi giocare a Street Fighter II! E sì, guarda: c’è quel ragazzetto incredibile, quel Nico di turno (nel mio caso il fenomeno di turno si chiamava Nico), che ti termina persino l’impossibile Super Street Fighter II Turbo con un gettone solo. Poi ricordi che non era proprio un gettone solo, bensì 5 o 6. O forse 50.
E 50 sai cosa significava? Che non eri te a essere stronzo, bensì lui un furbo, ricco figlio di papà bravo a mascherarsi per quello che non era! E pure che fosse, grazie al cazzo che riesci a fare pratica con 50 gettoni a disposizione (sì, le tasche di Nico grondavano gettoni che si poteva pure portare a casa, tanto comunque lì sarebbero stati spesi).
Nico era un fottuto truffatore!
Tu eri solo un onesto bambino con tre soli gettoni in mano, una marea di futili speranze quali poter raggiungere il boss finale del tuo videogioco preferito lì dentro con solo quei tre gettoni a disposizione e il tuo sol, vero nemico era l’IA dei giochi stessi. A parte la tua autostima s’intende ma eri troppo piccolo, al periodo era innaturale potersene accorgere!
Normale che oggi si rivisiti tutto questo volendo enfatizzare ciò che ci fa comodo, eliminando tutto quello che non vogliamo ricordare perché ci fa male, o forse perché ce lo siamo solo dimenticati.
Ma deve essere altrettanto normale anche ricordare di tutto ciò che sai bene che stai escludendo.
Fai una cosa.
Chiudi gli occhi, immagina di poter parlare al te stesso di 8 o 10 anni.
Sei in sala Giochi, ovviamente.
Vai vicino lui quando inizierà a frignare dentro di sé a causa della difficoltà artificiosamente imbastardita di Street Fighter II.
Guardalo negli occhi. Digli che tu sei molto di più che un ammasso di pixel, sei molto di più che un successo o meno in un videogioco. Digli anche che un giorno ricorderà persino tutto questo come qualcosa di bello, ma assicurati che non si dovrà mai dimenticare anche di ciò che lo torturava di quei momenti, in modo tale di poter crescere soffrendo il meno possibile a causa di tutto ciò che lo Street Fighter II di turno ha in te poi generato oggi.
Riapri gli occhi. Sei te stesso, dinanzi allo specchio magari.
Una barba ispida atta a ricordarti che oggi sei lo stesso bambino che un tempo stava male a causa degli insuccessi in Sala Giochi, quella stessa Sala Giochi che oggi vuoi celebrare nella tua stanza personale con qualche ammasso di cabinati Arcade 1UPo chissà cosa, un ammasso di tutte le console significative della tua epoca e una collezione di videogiochi forse un po’ troppo imponente rispetto a ciò che le tue finanze potevano davvero permettersi.
Guarda tutto ciò scrutando se ci trovi del superfluo.
Se sì, e sicuramente lo troverai, è a causa del tuo aver idealizzato il passato avendo volutamente dimenticato gli aspetti tragici. L’essenzialità è parte di ciò che eri ieri e che la connette al te stesso del presente.
Per tale aspetto, mi sarei potuto fermare a quel NES scovato al mercatino e quei pochi giochi che noleggiavo da ragazzino, eppure ora in casa ho tre NES e oltre 50 titoli per la console stessa.
Ho strafatto, me ne sono reso conto e di conseguenza sbarazzato dell’eccesso.
Ho fatto pace con le console da gioco, le cose anche a tema infantile quali giocattoli e così via, che ho poi apprezzato (anche) da adulto e riviste sotto la prospettiva di un uomo maturo.
Ma ciò non toglie di potermi dedicare anche a cose propriamente da uomo quale sono.
Ora posso finalmente guardare al me bambino che si sentiva male a causa di Street Fighter II, spinto dalle molestie verbali di tutti quelli altri falsi amici che mi ritenevano incapace nella vita a causa di ciò quando loro poi ai comandi del timone di Capcom erano persino peggio di me: quel bambino mi sta sorridendo.
Quel bambino non solo ero, anzi sono io.
Beh, oggi mi andava di scrivere una esperienza personale tramutata da racconto (o qualcosa del genere) e l'ho fatto. Spero solo di non avervi arrecato noia. Vi ricordo che il link di possibili donazioni su PayPal resta sempre lo stesso, accedibile sia cliccando sull'immagine qui sopra che sul presente link ipertestuale. Sia chiaro come sempre: l'eventuale donazione è cosa esclusivamente di vostro gradimento e non è logicamente obbligatoria in alcun modo, però nel caso ciò avvenisse mi farebbe piacere. Basterebbe anche il costo di un caffè. Oppure, in alternativa, potreste dare un ascolto alla musica che creo su Bandcamp e offrire eventualmente qualcosa da lì.
In qualsiasi caso grazie anche solo per la vostra attenta lettura, a presto.
Se volete, insultatemi pure nei commenti.
Joe (e l'alieno 👽)




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