40 anni e sentirli bene: autoanalisi di un Retrogamer...

 


Sono un classe ‘85, nato prematuro all’ottavo mese ma dallo sviluppo terminato al sesto.

Lo scorso 8 ottobre ho compiuto 40 anni, unico parto (900 grammi) andato a buon fine di ben tre tentativi di mettere al mondo una prole. Sugli altri due sorvoliamo, tanto avete già capito.

Avrei dovuto scrivere un articolo a tema lo stesso giorno, magari il giorno dopo al massimo?

No, non mi sembrava il caso perché dovevo prima metabolizzare: in fondo Cyberetropunk, o più precisamente The 8-Bit Man nella sua prima veste, è nato come uno scherzetto verso me stesso, un modo per soggiogarlo allo scopo di liberarlo dalle solite paranoie e dimostrare che potevo fare di più del solito scrivere questo tipo di post su un gruppo a tema di un social network.

Ecco, ora direi che ne sapete qualcosa circa la radice principale, ma ciò era solo una moderata introduzione. Non scrivo qualcosa solo perché si deve fare, dove sta scritto? Devo sentirlo, capite?


I social sono il male del nostro tempo.

Lo penso davvero, pur restando che qualsiasi mezzo può divenire un’equivalente tossico a mo’ di droga se usato troppo o nel modo sbagliato, magari entrambe le cose. Eppure dei social ne faccio parte pure io, non solo perché su alcuni di essi devo pure condividere le cose che scrivo: con codesti ho un indefinibile rapporto a metà fra l’odio e la tolleranza, non direi mai amore dato che per me quella è una parola grossa. E qui sta il punto: cosa ama davvero il creatore di questo misero blog sparso nella rete mondiale? Domanda davvero ardua.


Innanzitutto,dovete sapere che il sottoscritto soffre di ADHD e Asperger, ha una salute traballante strapiena di tutti quei piccoli cagacazzi che i “dottori che ne sanno” ti diranno che non è nulla (tanto si può giustificare tutto con l’ansia, la più grande stronzata del medico fintamente ottimista ma in realtà sfaticato e strafottente, alla faccia del famoso Giuramento di Ippocrate) ma che mi rovinano seriamente la vita (ansia patologica, intolleranze, distorsioni ossee, sindromi varie, vertigini costanti, acufeni) così come traballanti sono le condizioni della mia schiena cause ernie non operabili. Ma non è finita qui: colleziono visite dagli psicologi anche se il più grande dottore che io conosca è me stesso dato che, essendo disoccupato spesso e volentieri, mi ritrovo a dover fare i conti con le famose “bollette” più dell’essere vivente medio, quindi mi tocca caricarmi sulle spalle un’altra porzione di me stesso allo scopo di analizzarla.


Dottore e paziente nella stessa persona?! Folle, fatti curare!

Risposta: ecco, si dà il caso che ci stia provando, appunto.

 


Quindi, tornando alla questione “amorosa”, sulle prime uno come tanti potrebbe dire che prima di tutto amo me stesso, date tutte le vicissitudini descritte con fare parsimonioso.

No. Cioè Nì. Semmai, sono il primo critico del mio stesso vivere quindi più che amare me stesso, al massimo me ne prendo cura. Si dice che ciò sia una condizione essenziale per chiunque sopra i 35 anni, ancora di più sorpassati i 40 e, più lo penso, più mi sembra una cazzata.


Perché, nel caso abbiate già letto qualcosa del mio precedente post, allora già sapreste come questa bestia umanoide proviene da un’adolescenza rissosa fatta di bulli subiti e bulli picchiati, ma sono stati anche anni di professori che mi incitavano dandomi un 4 su una scala di 10, collezioni di debiti in matematica ogni fine anno, capacità tecniche e lavorative sprecate, dolori di schiena improvvisi che tuttora mi accompagnano sin dalla tenera età (vedere sopra) e una scarsità generale nel procurare a me stesso persone in grado di risultare col senno di poi amicizie a lungo termine.

Insomma, a 20 anni io ero già pesantemente critico verso qualsiasi cosa facessi: bella merda, quindi a 20 anni in realtà ne avevo già 40? E sui 40 effettivi allora, cosa dire?

Beh, ecco che a 40 anni hai forgiato la versione ipertroficamente paranoica di te stesso: sempre più solo, magro e perennemente dinanzi allo schermo di un PC che non sia un Amiga 500 o il Commodore 64 a causa delle ragioni più disparate.

Fra queste ragioni ovviamente i porno non sono inclusi, a Gals Panic preferisco Qix.



The 8-Bit Man fu una cosa veloce, alla pari della sua mascotte zombie-punk (figura che mi ha sempre ossessionato) composta da un faccino rosso e nero di 9 pixel, un pelo (anzi, un pixel) di cresta e un abbigliamento tipico del Punk ‘77 idealizzato da quattro pixel ammassati non a caso.

Fu una cosa rapida: il nome, Picks Hell.

Colui che “scelse” l’inferno in pratica, definizione perfetta di chiunque scegliesse il Punk come stile di vita nell’angusta Londra e dintorni del 1977 (sempre e dintorni). Però qui non si parlava mica di musica bensì di vecchi videogiochi e delle memorie legate ad essi, e il nome scelto non faceva che rendere la cosa ancora più evidente. Scegliere l’inferno, emotivamente parlando, nel mio caso stava nello scegliere volontariamente di riportare in atto ricordi perlopiù di continua frustrazione e atroci rassegnamenti che queste vecchie glorie arrecavano alla mia psiche, farlo e tirarci su una specie di versione riflessiva e scribacchina dell’Angry Video Game Nerd (di cui sono, inutile dirlo, anche io un accanito amatore). Lui però è un personaggio, io sarei stato solo me stesso.



Sono infatti una persona che ha sin dai suoi esordi di vita adorato i videogiochi, reputati più che semplice intrattenimento bensì forma di arte popolare e stimolante. Non ne so nulla, fatto sta che mi a prescindere dal numero di pixel su schermo mi hanno sempre affascinato pertanto erano un qualcosa che seguivo. Ho sempre adorato il concetto di sfida ma da contraltare detesto il barare, la corruzione, ed è una filosofia che ho scoperto proprio grazie ai videogiochi e che tuttora segna il mio malessere quotidiano in una Nazione, l’Italia, che fa della corruzione e del malaffare la sua ragione di essere. Va di suo che, da come si può dedurre (anche dal post immediatamente precedente a questo che state leggendo e già citato poc’anzi), avendo tale inimicizia non è che potessi essere molto benevolo nei confronti dei giochi da Sala Giochi.

E infatti è così: i giochi Arcade, come usiamo chiamarli oggi, perlopiù li detestavo.

Le mie legioni di 1000 lire, perennemente devastate al suon di investimenti fugaci a cavallo fra “tre gettoni e una Goleador” oppure “due gettoni e un pacchetto di Highlander al pollo (con sconto di 100 lire)” erano mal viste dal sottoscritto e anzi, erano più viste male dal sottoscritto che dal suo stesso padre, dove quest’ultimo vedeva di suo occhio unicamente un bambino che provava a divertirsi.

Sì certo divertirmi, il cazzo!

La mie partite a Street Fighter II e Mortal Kombat duravano meno di un verginello arrapato alla sua prima chiavata a causa della CPU figlia della merda puttana più atroce: oggi lo sappiamo tutti che quelle CPU effettivamente baravano fra lettura dei comandi (il famoso input reading), mosse speciali anticipate rispetto ai comuni mortali (ricordate il calcio volante rotante di Guile in Street Fighter II se eseguito dalla CPU e cose del genere?) e combo impossibili da eseguire per noi agglomerati semoventi di carne e cervella (ecco, tipo le super combo con uppercut finale di Liu Kang in Mortal Kombat).

Io lo sapevo, ne ero certo. Ma gli altri no, e nemmeno volevano esserne in grado di farlo.

Semmai, gli altri bambini dicevano che ero pazzo, che non ero bravo io.

Il tutto nonostante, durante i loro turni, fossero loro a fare la figura delle schiappe!

E sì, i bambini erano, essenzialmente, bambini: credevano a qualsiasi cosa possibile anche se l’evidenza veniva messa loro sotto gli occhi e guai, dico GUAI a contraddirli, altrimenti significava che volevi giustificare il tuo essere una schiappa, facendo la figura di colui che amava lamentarsi senza volersi impegnare al solito gioco da Sala Giochi di turno, mica uno che cercava spiegazioni logiche a cose fottutamente evidenti anche se per il periodo scomode da constatare.

E’ tutta parte del loro intoccabile mondo di fantasia.

<< E scusa no, eh? Fanculizzati citrullo, non sei buono tu! >>

Io invece, ero un bambino meno fantasioso nei confronti di tali cazzate. La mia fantasia la mettevo nel disegno e nelle mie primissime, atroci performance canore. La fantasia più bambinesca che avevo era giocare con le mie sterminate vallate di giocattoli. Prima che pensiate erroneamente che il sottoscritto fosse di ricca famiglia vi svelo una cosa: erano perlopiù pezzotti da cartoleria che si spacciava come negozio di giocattoli.

Plastiche tossiche ovunque, ma che divertimento però!


Adoravo le Sale Giochi sì, ma perlopiù come luogo di aggregazione dalle mille luci e suoni modello Las Vegas (sarò per questo che da bambino mi affascinava questa città, chissà) perché, per l’intrattenimento in salsa circuitale, preferivo nettamente le console casalinghe e questa fu una delle ragioni perché, a dispetto della scarna grafica che in effetti mi faceva soffrire se comparata anche a solo quella del Master System II del cugino, il gioco era mio e lo controllavo io. Se facevo schifo la cosa restava a casa mia, mica mi beccavo recensioni falsate del sottoscritto sotto forma di umiliazioni pubbliche non richieste né volute.

 



Certo, m’incazzavo allora come m’incazzo oggi, a 40 anni.

Non è che sono rimasto un bambino, ve l’ho detto: la corruzione in qualsiasi forma (sia reale che ludico) per me è diversa dalla sfida, gioco perlopiù videogiochi di vecchia data e ci sta che con essi sia rimasto quel senso di “fanculo, bastardo” che mi porto dietro da quasi quaranta, di anni.

Semplicemente non la tollero. Così come non tollero ad esempio che mi si venga dato del bugiardo su cose per cui so di non avere nulla da temere, ampiamente dimostrabili o vissute. E nì, il riferimento alle questioni dei battibecchi circa la CPU truffaldina dei picchiaduro a incontri è sì in tema, ma forzato per ovvie esigenze della tematica principale che anima questo blog.


Scontato dire che questi mesi, data la mia natura fortemente riflessiva, mi hanno fatto realizzare come moltissimi aspetti di vita che fino anche solo a cinque anni prima mi apparivano fondamentali, oggi appaiono invece poco più che sotto forma di semplici orpelli di ciò che erano un tempo. Può anche essere che cose che pensavo nel 2022 quindi solo quattro anni fa, periodo del mio primissimo post dipresentazione su Blogspot, non mi rispecchino per nulla solo quattro anni dopo… quindi, figuriamoci cose che mi rappresentavano dieci anni fa!

Potrei anche farlo, alla fine si parla di analisi e autocritica, mia di essere impietoso verso me stesso. Come ho già scritto di me stesso ne ho cura per quanto possibile, lo critico e se non lo facessi non sarei qui a scrivere questa roba, fra le varie cose.

Ma queste autoanalisi sono, non dimentichiamolo, anche figlie dell’aver vissuto una pandemia con annesso lockdown, quindi non è un errore ammettere che abbiamo vissuto uno stop temporale dall’andamento angoscioso, dove quasi tre anni delle nostre vite sono stati, scusate il gioco di parole, una versione “quasi” delle nostre vite regolari appunto. Durante quel periodo, noi appassionati chi più chi meno inclini alla nostalgia eravamo tutti shockati fra lavori persi (io…), incertezza persino del domani nel senso più effettivo (cioè da oggi a domani mattina) e tutta una serie in allarmismi naturali in quella condizione che nessuno avrebbe mai potuto immaginare.

Durante quei tre anni scarsi abbiamo speso sicuramente, nonostante l’esito altalenante del vivere, almeno una volta i nostri risparmi (più giusto dire risparmi che soldi appunto, dato che era quasi tutto bloccato) in qualcosa che ci ricordava i tempi migliori e abbiamo inevitabilmente pensato a ciò che era la nostra vita prima di quelli anni infarciti di terrore sia vitale che mediatico, precipitando chi più chi meno in un raptus compulsivo di acquisti spinti unicamente dal malessere del presente. Anche per questo poi abbiamo assistito, me compreso, a un degrado mentale collettivo che ha annichilito le nostre già esili finanze. Fu questo uno dei motivi che, ad esempio, spinse il sottoscritto verso Evercade, piattaforma di cui sono certo che la pandemia ha dato un grosso ma proprio grosso aiuto di popolarità. E io non ne sono escluso. Cioè, pensiamoci bene: una console a cartucce proprio come ai bei vecchi tempi durante un periodo che ci costringeva, volenti o nolenti, ad atteggiarci come ai bei vecchi tempi? Inutile dirlo, un connubio praticamente perfetto. Disagio dilagante e nostalgia meretrice che vanno a braccetto. Ciò riuscì persino a farmi dimenticare che la vita in lockdown non fosse poi così diversa da quella pre-pandemia, pensate!


Il punto non è Evercade, ma mi funge finalmente in questo mare di parole come un perfetto punto d’appoggio per far capire dove davvero vorrei cercare di arrivare con questo post: io in Evercade nemmeno ci credevo, acquistai quella plasticaccia portatile solo in quanto spinto dalla noia dell’ennesimo giorno di lockdown uguale a tanti altri, spinto dal fatto che fosse già irreperibile (e il motivo è sopra descritto, scorte limitate a parte) e che avessi beccato giusto l’ultimo esemplare allora disponibile nel nostro “Bel” Paese. Arrivò e, come già scritto altre volte, non fu un bel sentire ma decisi comunque di tenermela quella console perché chissà, magari nei mesi a venire avrebbe riservato sorprese. Nulla, non la usavo MAI. Acquistai giusto la prima versione di Indie Heroes ma il suo formato portatile mi era indigesto. E qui veniamo al primo punto di contatto col me stesso della fanciullezza: avevo già in casa un Game Boy e io da piccino come sapete ho amato, sebbene per un breve periodo, proprio un Game Boy… e il Game Boy quando smisi di usarlo all’epoca, giuro, non lo ripresi più. Evercade, nei miei 35 anni da compiere di allora, fece la stessa fine. Intanto cercavo qualche titolo per NES a prezzi umani prima che quel tipo di mercato sarebbe poi esploso di follia a livello economico (complice soprattutto il mercato del lavoro mondiale a pezzi). Poi arrivò VS, cominciai a credere in Evercade: doppio slot cartuccia (oddio, chiamare cartucce quei cosi proprio no), uscita HDMI, quattro controller e possibilità di utilizzare qualunque controller USB, aggiornamenti via Wi-Fi. Rimasi deluso poi dalla qualità ferocemente bassa del tutto, dopo due anni a fasi alterne avevo già smesso di supportarla.


E cominciai a farmi delle domande, appunto.

La mia già ridotta camera personale (sì, sono un altro “sfigato” che vive nella casa dei suoi come tanti oggi) di già ridotte dimensioni cominciava a mal respirare, l’aria era a mia percezione fagocitata da tutte quelle “cartucce” di Evercade. Chiusi con quella roba. Tutto quello spazio che occupavano era per me assurdo e, per uno dedito al Retrogaming come hobby, il vivere male lo spazio a prescindere forse dovrebbe farti capire che non è l’hobby adatto a te.


Insomma. Siamo nella terra grigia, mica bianca o nera.

Riemersero fuori i miei dubbi esistenziali sul sentirmi fregato, ingabbiato in un sistema consumistico che mirava unicamente a fotterti costantemente denari. Non per mangiare, bere o curarti, solo per poter gestire il tuo tempo libero allo scopo di definire la tua vita un qualcosa degno di definirsi tale. In fondo, se hai avuto la fortuna di nascere qui e non in Ruanda, sfrutta la cosa e non pensarci troppo dai. Sei parte inevitabile del meccanismo consumistico, sei nella parte “buona” del Mondo ma marcia da altri aspetti.


Ecco di cosa dolevo davvero parlare: iniziò un qualcosa che oggi, a 40 anni, mi ha portato a un ridimensionamento TOTALE di qualsiasi mia passione, hobby o quel che sia, in quanto sento sulle mie spalle sia il tempo che avanza che soprattutto ciò che quei pezzi di plastica e circuiti (o plastica e dati nel caso dei CD musicali che invadono il mio minuscolo spazio vitale più di qualsiasi altro orpello fisico) significano e si portano dietro.


Perché lo stai facendo?

Perché ti stai intossicando così inutilmente?

Cosa non va nella tua vita?

Credi di esserti spinto troppo oltre, vero?

Beh allora sei in errore, rifletti…

 


Ripensa agli esordi, a quanto tutto è iniziato.

Eri pieno di entusiasmo, volevo solo recuperare te stesso, ricordi?

Volevi riprendere connessione con quei pezzi del tuo passato i quali, senza di essi, ti facevano percepire la tua vita come incompleta. Quindi ora perché continui a sentirti tale, come se avessi tuttora dei tasselli mancanti dentro di te?

Il problema non è lì come radice.

Non è nello spazio che occupi attorno a te, quello spazio occupato non è angoscia mista a errori bensì atti di dichiarazione volontaria della tua esistenza. Ogni cosa ha un prezzo, non solo in termini di denaro quindi basta pensare ancora al fatto che il problema possa essere radicato fra quelli ammassi di plastica!

Se nonostante tutto continui a sentirti mancare qualcosa, allora il problema non sono quei pezzi di plastica appunto, e non lo è nemmeno quel “senso” che si portano dietro, come osi chiamarlo: hai semplicemente perso la bussola.

Anzi, si è proprio rotta.

Hai dimenticato il MOTIVO.


Ripensi al fatto che fino a pochi mesi prima scrivevi per una importante webzine di settore musicale, hai interrotto e hai fatto solo bene perché LO SAPEVI che quell’aspetto della tua vita era erba vecchia da tagliare via. Quel lato vecchio di te è appunto vecchio, non ti appartiene più. Era stress inutile ormai gettato invano.

Eppure credi di aver comunque sbagliato.

Sbagli nel pensare di aver sbagliato!


Ripensi al fatto che ogni volta che spendi i tuoi sudati danari o prendi delle decisioni di qualunque tipo stai a rimuginare, giorni e giorni e rimuginare… ansie e tachicardie, perché rimugini così tanto? Perché guadagni così poco? No, non pensare che è colpa tua, che se sei meno provvisto economicamente allora non devi comprare, è sbagliato se la metti così. Che per dire, compri sempre meno e a breve su questo blog ti ridurrai a recensire l’aria dell’anno 202x. Sei un essere come tutti, con le sue passioni e debolezze, non darti sempre così contro. Ormai compro sempre meno, ma ogni volta che lo faccio rimugino come se fossi un altro malato di shopping del globo. Lo so che non è così, è che ormai sono abituato a darmi contro e se non lo faccio allora penso che mi stia mancando qualcosa.

Sono il contrario dell’impulsività, ma credo di essere un impulsivo.

Sbaglio nel pensare di essere ciò che non sono!


Sì, sto riprendendo coscienza e sono passato al parlare in prima persona.

Sapete cosa mi turba, soprattutto? Che suonare mi piace sempre meno!

Un tempo senza suonare mi sarei sentito morto dentro, oggi ogni singola sessione mi sembra come una cosa fra lo sforzo e il fastidio. A ciò si aggiunge anche la mia schiena in condizioni inevitabilmente peggiori a peggiore lo stato d’animo durante quei momenti.

Poi penso che non è vero che non mi piace suonare, non mi piace più suonare tanto per farlo. E’ una cosa che facevo fino a pochi mesi fa, ma a ben pensare dentro di me strisciava nel profondo quell’innegabile senso di inutilità. Detesto pure suonare in gruppetti senza pretese, sempre più, e se odio ciò è perché io SO di valere di più, di poter costruire qualcosa di meglio. Ciò non significa che hai 40 anni e sei smorto dentro, no. Semmai sono ancora più pieno di motivazione, solo ora devo scoprire che deviazioni abbia preso questa motivazione.

Sbaglio quindi nel pensare di essere demotivato, semmai ho constatato di essere motivatissimo!


Ripenso alla mia prima passione ovvero i videogiochi, al fatto che ora se proprio devo passare del tempo a puro scopo di intrattenimento lo passo con quelli. Già, lì non mi pesa affatto e anzi sono felice. E a pensarci bene, oggi mi aggradano persino quei giochi Arcade che da bambino detestavo. Rigioco i miei classici capisaldi della prima PlayStation con un occhio diverso. Se proprio devo suonare, mi organizzo per mettermi al lavoro per un disco, esattamente come facevo altre volte prima ma dove in quei casi rappresentava l’eccezione, oggi la regola.

Eppure i videogiochi sono un hobby e ti va benissimo. La musica invece è divenuta sì un hobby ma che hai deciso di trattare come un lavoro. Ci sta, ho solo capito che le cose hanno una priorità di portata differente col tempo.

I videogiochi sono cresciuti assieme a me, ma il sottoscritto li ha messi in sordina e non ha nulla da temere, anche nei momenti più fiebili continueranno a far parte del DNA, il DNA non si cancella col tempo semmai rivela la strada della tua vita.

La musica è anch’essa cresciuta assieme a me, devo solo cercare di capire come farla diventare un qualcosa che ancora più di prima (perché infatti già lo facevo) assomigli a un vero lavoro. Nessuno ti dà nulla qui in Italia, a 40 anni lo hai capito oppure no? Ma certo che lo so!

Non sono invecchiato male precocemente, ho solo capito come reinquadrarmi.


Ho già provato a miscelare musica e videogiochi, con Retrogamaniac prima e Glitch Dreamer oggi.

Un tempo, col me radicatissimo nei preconcetti del metallaro purista (oh cazz… ), sarebbe stato estremamente stupido creare roba come quella che creo oggi. Oggi, radicatissimo nel voler campare al meglio e basta, dei preconcetti da ventenni me ne sbatto e quello che creo oggi mi soddisfa.


Non sono incompleto, l’assenza di sbocchi non significa che ciò che io faccia sia superfluo.

Si sbaglia a credere che la passione non sia essenzialmente questo!


Oggi apprezzo tutto, qualunque tipo di esperienza sia ludica che musicale.

Un tempo non era tutto meglio ed era tutto diverso al massimo, di conseguenza non ero una persona migliore.

Come potevo? Avevo metà dei miei anni e il massimo delle mie preoccupazioni era…

Ok, ok… anche allora come già detto pensavo tanto. Emicranie continue.

Ok, ok… pure alcuni aspetti forse avevano prospettive più profonde al periodo, ma ciò non significa necessariamente che ci siamo instupiditi. Non io almeno, modestamente.


E sì, col tempo ho preso anche alcuni mini cabinati, perché sono un simbolo di ciò che ero da bambino, di quelle luci e colori della Las Vegas personale che era la Sala Giochi di Filippo, quella vicino casa e dove tuo padre ti aspettava fuori durante quei pomeriggi dove, quattro in punto, chiedevi di poter andare a fare qualche partita.


Ho imparato anche a convivere col mio ex-odio verso i titoli in versione da Sala Giochi, però ho tantissime versioni per console di Street Fighter II sulle mensole. 

 


Mortal Kombat è talmente legnoso da ispirarmi simpatia, oggi. Street Fighter II è zoppo, ma ancora passabile. 

Poi ho capito che quello non era odio verso quei giochi, ma verso me stesso. Già, un bambino ignorato in classe, con pochi amici esattamente come oggi, che vedeva in quelli schermi una possibilità di svagare ma che veniva costantemente rifiutato dai suoi bastardissimi “compagni di giochi” su pixel.

Visto che poi, alla fine anche io avevo la fantasia di un bambino?

Credevo di non farcela… in cosa, poi? Mi vedevo messo alla prova da sistemi più grandi di me, la CPU degli arcade in fondo è una metafora dei settori più ardui della vita e, purtroppo o per fortuna, molti di questi li ho già vissuti. Alcuni di quei mostri li ho già affrontati. Ero solo un bambino che pensava troppo, allora. Oggi sono un adulto che pensa sempre troppo, ma che qualche idea in testa finalmente se l’è fatta.

E sì, il Game Boy non m’ispira nostalgia perché ho sempre detestato le console portatili, inoltre fu la mia prima causa del dover portare gli occhiali! Oh, ero un bambino così bello senza occhial…noooo bugiaaaa, è una cazzata. Ma scherzi a parte, il Game Boy resterà lì a ricordarmi dei bei momenti passati a giocare alla versione zoppa di... Street Fighter II, guarda caso!

Ho fatto mente capace su (quasi) tutto grazie alla consapevolezza del tempo che passa.

Era quello inizialmente ad avermi messo in crisi.


Sono un punto d’incontro fra quello che sono stato e il pensiero del presente.

Sono una costante evoluzione. Il problema è capirla, quella evoluzione.

E vai, verso i 41 anni!


Signore e signori, questo è Cyberetropunk.

Non sarà sempre un’autoseduta psicologica a sfondo videoludico sia chiaro e questi ultimi due post sono da considerarsi eccezionali eccezioni, ma prima o poi mi sarei dovuto togliere questo dente. E proprio a proposito di denti, non fatemi pensare che proprio domattina dovrei andare dal dentista!

Lì non rimuginerò… in quanto sono già condannato!

E’ o non è anche questa la consapevolezza dei 40 anni, in fondo?!



Ultimo di questi due articoli introspettivi, che come spero solo che non vi abbiano arrecato noia. Vi ricordo che il link di possibili donazioni su PayPal resta sempre lo stesso, accedibile sia cliccando sull'immagine qui sopra che sul presente link ipertestuale. Sia chiaro come sempre: l'eventuale donazione è cosa esclusivamente di vostro gradimento e non è logicamente obbligatoria in alcun modo, però nel caso ciò avvenisse mi farebbe piacere. Basterebbe anche il costo di un caffè. Oppure, in alternativa, potreste dare un ascolto alla musica che creo su Bandcamp e offrire eventualmente qualcosa da lì.

In qualsiasi caso grazie anche solo per la vostra attenta lettura, a presto.

Se volete, insultatemi pure nei commenti.

Joe (e l'alieno 👽)

 

 


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